venerdì 18 novembre 2016

Dio è l’unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere. (Charles Baudelaire),

Facebook ha una funzione interessante che, giornalmente, ripropone gli interventi che il detentore di un account ha postato negli anni precedenti alla stessa data della sua consultazione.

Oggi mi compare la condivisione, avvenuta il 18 novembre del 2014, di questo articolo, nel quale Zichichi rintuzzava, con un'assertività invero poco scientifica, la di poco precedente dichiarazione di Umberto Veronesi circa l'inesistenza di un'entità divina.
Quel post diede luogo, come logico, ad una discussione abbastanza infervorata, anche se piuttosto prevedibile nei contenuti e nelle implicazioni.
Non si concluse nulla, ovviamente, ma rileggere gli interventi mi ha fatto venir voglia di puntualizzare alcune cose.

Io non sono un credente e, in quanto tale, non posso credere in un dio, ma neanche nella sua inesistenza, in quanto ciascuna delle due opzioni richiede una dimensione fideistica, pro o contro, per la quale non esistono presupposti che non siano teorici, indimostrabili e grottescamente apodittici.   Zichichi, devo dire senza particolare originalità, rintraccia nella perfetta giustapposizione di ogni cosa la dimostrazione evidente dell'esistenza di un architetto, anzi, dell'architetto per eccellenza.

Il fatto è che 0,000000000000001 secondi dopo il BigBang il caos era assoluto e niente era organizzato. Virtualmente qualsiasi seguito sarebbe stato possibile. Poi, pian piano, le infinite cose di un infinito universo si sono sistemate nell'unico modo possibile, creando un assetto che, a posteriori sembra miracoloso. 
Si tratta di un effetto che Richard Feynman. premio Nobel per la Fisica, sardonicamente commentava nelle sue conferenze dicendo: "stasera, venendo qui, ho visto una macchina targata AZ 004 YZ. Ma ci pensate? Tra milioni di targhe possibili ho visto proprio quella. È meraviglioso".
Magari un Creatore esiste, ma non è l'unica possibilità, con buona pace di Zichichi.


Un mio caro amico, credente, ma devoto anche alla scienza e appassionato cultore delle frontiere della fisica quantistica, intervenne con un'affermazione che, a mio avviso, riflette abbastanza bene l'accomodamento che è riuscito a realizzare tra queste due posizioni e mi rispose che 

"Difatti l'altra [possibilità] è un'Universo Auto-Creante, il che equivale logicamente a divinizzare l'Universo"
Il fatto è però che se se divinizzi qualcosa non lo rendi per questo vero, ma decidi di attribuirgli una qualità, ed è una cosa molto diversa. Se pensi che la semplice volitività possa creare oggettività non fai altro che sollevarti tirandoti per le stringhe delle scarpe.
Sono agnostico, come ho subito chiarito, e dunque non mi interessa "dimostrare" che Dio non esiste. Non lo so e non lo posso sapere. Tutto quello che posso pensare è che l'ipotesi divina non è strettamente indispensabile. 

Un altra cosa che penso è che il mio agnosticismo non ha bisogno di essere avallato da conferme esterne. Sono fermamente convinto della mia incertezza e le certezze altrui non mi minacciano in alcun modo, fino a quando non vogliono decidere per me. 

Veronesi maturò una convinzione, compiendo un percorso esistenziale che oggi si è concluso tra l'altro.     Zichichi lo contesta opponendogli la fede e dando per oggettiva una sua considerazione, sostanzialmente definita autoevidente
Zichichi è uno scienziato, dovrebbe sapere che quell'evidenza è in realtà un'ipotesi, e che dunque la sua verità è più propriamente una teoria.


Anche Zichichi compie un percorso esistenziale e regola i conti con sé stesso.  Quello che mi disturba è il vizio di gerarchizzare le convinzioni mettendo la propria nell'unica casella disponibile di autenticità, relegando le altre nel regno dell'errore e della falsità. È evidente che Dio non può esistere solo un po', è o non è, ma la cosa non è dimostrabile e la validità di una convinzione può essere solo un fatto strettamente personale.


Un altro interlocutore intervenne ponendomi la domanda fatale, ovvero: "ma dov'è la logica che regge il mondo?"  Una domanda che non mi è mai parsa così definitiva come sembrano pensare i credenti, che invariabilmente la pongono, il mondo, infatti, non mi sembra poi sempre così miracolosamente logico.

Guarda, dice il credente, l'acqua scorre verso il basso. È miracoloso. Se non lo facesse il mondo, così come lo conosciamo, non potrebbe esistere. Poi, ogni tanto, quell'acqua fa altro e il miracolo diventa un incubo. Le ragioni per le quali le due cose avvengono si dipanano su una linea infinita di ragioni concatenate che si allontanano dal vissuto quotidiano e dalle dimensioni macro, divenendo nel frattempo sempre più "esotiche" fino a sfumare nella nostra ignoranza.

Ma non riusciamo a dire semplicemente che non sappiamo, non tolleriamo di non avere una ragione che ci giustifichi e allora ci creiamo una certezza indimostrata e indimostrabile, a meno che non si ritenga valida la prova circostanziale suggerita con la domanda circa la logicità del mondo.

Il mondo è logico? Si , lo è, ma non nel senso che sottintende quella domanda. È logico anche nelle incongruenze che non comprendiamo e in fondo quello che succede avviene perché non può essere diversamente e noi esistiamo quale logica, ma per quanto ne sappiamo incidentale, conseguenza. O forse no. Chi lo sa veramente?


Come si fa a credere che Dio esiste? E come si fa a credere che non esiste? Sia il credente che il non credente sono due presuntuosi. Non a caso presumono.
Luciano De Crescenzo, I pensieri di Bellavista, 2005

giovedì 10 novembre 2016

Elezioni USA, un reality di scarsa qualità.







Una mia amica, Lela Dall'acqua, condivide su Facebook questo interessante istogramma e mai come in questo caso sono portato a pensare che un'immagine vale più di cento parole.

Lei commenta, asciuttamente e con britannico understatement: "doverosa una piccola ulteriore riflessione".
Io ne farei perlomeno due, e non tanto piccole.

Risulta innanzitutto evidente che mentre la frazione repubblicana rimane sempre più o meno della stessa consistenza, quella democratica sembra mobilitarsi quando il candidato appare in grado di alimentare una visione strategica e di largo respiro (come il primo Obama nel 2008), salvo poi allontanarsi progressivamente (secondo mandato nel 2012) quando l'eletto disattende malamente le aspettative, per poi giungere al minimo quando a quel presidente si fa seguire un candidato amorfo e per di più organico allo stesso establishment che ha fatto strame dei progetti di vita e delle aspettative dei delusi.

In questo senso mi sembra che la maggior responsabilità per la debacle democratica non vada imputata alla pur "antipatica" Hillary Clinton, ma piuttosto a Barak Obama, il detentore di un Nobel per la Pace, sulla fiducia e decisamente precipitoso, timido nel suo primo mandato e inconcludente, salvo purtroppo sul versante della politica - guerreggiata - estera, nel secondo.
E anche lo stato maggiore del Partito Democratico, con la sua asfittica capacità progettuale e i miserabili, ed errati, conti della serva elettorali porta una rilevante quota di responsabilità nella sconfitta.

Tutti si affannano a rivendicare a Trump una maggiore consonanza con il sentiment dell'americano medio, ma alla luce di questo diagramma non sembra essere quella la ragione del suo successo, mentre lo è la disaffezione dem, dato che solo l'assenza di una fetta impressionante di elettori progressisti ha consentito al tycoon di prevalere rimanendo il suo partito esattamente dove è sempre stato, perlomeno negli ultimi otto anni.

E qui scatta la mia seconda considerazione, che ha a che fare con le pecche della capacità rappresentativa effettiva dei sistemi bipolari e maggioritari. Una percentuale assai importante, risolutiva come si è visto, non ha riscontrato in nessuno dei due candidati elementi in grado di rappresentarne istanze e aspettative, risultando in tutta evidenza le due offerte virtualmente indistinguibili e sovrapponibili in più di un elemento. Si può discutere sulla congruità di questa sensazione, concordando o meno, ma sta di fatto che era presente e che ha agito in modo determinante.

Quale corollario a questa considerazione mi sembra che vada esaminata, e messa severamente in discussione, anche la capacità effettiva del sistema delle primarie di rappresentare l'elettorato e non, come sembra invece evidente, gruppi d'interesse organizzati e la sudditanza a questi degli apparati di partito.

Mi sembra del tutto evidente, a questo punto e a dispetto di tutti i semplificatori e fluidificatori, nostrani e non, dei processi di definizione politica che gli impianti maggioritari e bipolari risultano grossolani e inadeguati, atti più a rappresentare interessi organizzati ed economici che le effettive aspirazioni di un elettorato che dovrebbe essere rappresentato il più fedelmente possibile.
L'individuazione del 45° Presidente degli Stati Uniti d'America ha avuto un esito clamoroso, ma mi sembra di poter dire che sia il frutto di un processo impreciso, deludente e incapace di rappresentare integralmente la realtà sottostante. I suoi possibili esiti, precipitati poi nella proclamazione di un personaggio ampiamente criticabile, sarebbero stati in ogni caso una soluzione altamente opinabile, perché in fondo il processo non ha elaborato e distillato il meglio dalla società che dovrebbe rappresentare, ma solo un compromesso al ribasso, frutto più che altro di reciproche interdizioni e risentimenti, non importa quanto giustificati, il tutto subalterno alla definizione di rapporti di forza tra giganteschi interessi economici che vedono nell'elettorato solo una casella da spuntare e un elemento da manipolare.

La cosa ci riguarda? Certo che si. In fondo siamo tutti membri senza diritto di voto dell'impero statunitense e, da quando ho memoria, non si muove foglia che Zio Sam non voglia. Ma ci riguarda anche per le implicazioni di una pulsione arrembante all'instaurazione di una democrazia decidente, che ai riti nordamericani si ispira, e che vorrebbe anche qui semplificare e fluidificare.

Il concetto di democrazia decidente è un boccone avvelenato, e vanta sostenitori assai imbarazzanti (Berlusconi e Craxi, per dire). E' anche un concetto che ha a che fare molto con i rapporti di forza in un dato momento, e pochissimo con la sostanza della democrazia. Le dittature sono il tempio della modalità decidente, e sono anche costose, inefficienti e dolorose. Un pensierino per il giorno 4 dicembre 2016.

martedì 8 novembre 2016

La magia della "prestidirimiridigitazione" (Silvano, il mago di Milano)








La frequentazione dei social ti porta anche all'esposizione a testate giornalistiche che non degneresti mai di uno sguardo, conoscendone la propensione al fiancheggiamento acritico di tesi ai tuoi occhi squalificate e assai opinabili.

Ognuno ha le sue bestie nere, e per me quelle testate fanno parte della galassia informativa (sic!) berlusconiana, nella quale Libero si segnala per accentuata carenza di credibilità.


Ci sono però argomenti che raccolgono favori curiosamente trasversali, come il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo venturo, e l'euroscetticismo, di fronte ai quali la bocca si fa buona e allora si utilizza tutto quello che ti capita sottomano.

Così, un bel giorno, accedi a Facebook e mentre occhieggi in una pagina di persone che fanno riferimento a Sinistra Italiana, ti ritrovi a leggere questo articolo e l'entusiastica adesione del condividente, che con i componenti della redazione, in condizioni normali, potrebbe al massimo scambiarsi schiaffoni e insulti.

L'articolo riporta un'intervista all'avvocato Giuseppe Palma nel corso della quale sciorina le sue più che opinabili opinioni su quanto sarebbe semplice, veloce e conveniente uscire dall'Euro, fino a prodursi in questa straordinaria, e irresponsabile, affermazione:



"Una via d’uscita tuttavia esiste. È un’uscita d’emergenza. Il piano proposto da Palma è semplice e veloce: l’emanazione da parte del Governo di un decreto legge a mercati chiusi, il venerdì sera. Tale decreto, convertito in legge entro una settimana, dovrebbe prevedere l’uscita dalla moneta unica, la conversione nuova Lira/Euro in un rapporto 1:1, cioè 1 «nuova lira» varrebbe 1 euro, nonché la conversione del debito pubblico in nuova moneta nazionale."


È precisamente questa stupefacente superficialità a rendere poco credibile il campo dell'eruroscetticismo.
Tutto qui? Basterebbe veramente un colpo di mano la notte di un venerdì di un fatale week end?

E immagino che questo tasso di cambio 1:1 dovrebbe poi resistere indomito alle normali fluttuazioni del mercato valutario ed alla inevitabile tempesta che ne seguirà, vero? 

E anche il fatto che noi si sia un'economia, in profonda crisi, basata su trasformazione e terziario, con assoluta mancanza di materie prime e fonti energetiche, che dobbiamo procacciarci pagando in valuta forte, pare venga ritenuto un dettaglio in fondo secondario, mentre degli speculatori, con le loro leve finanziarie e la capacità di lucrare soprattutto dalla destabilizzazione degli assetti altrui, possiamo a quanto pare farcene un baffo.

Come possiamo felicemente non tener conto del fatto che la regia teutonica di questa Europa non potrebbe consentire, senza reazioni sanguinose, il fatto che un terzo dell'economia comunitaria (perché siamo tuttora un pezzo molto importante del costrutto europeo) se ne andasse allegramente.

Che idioti che siamo a subire in questo modo, quando sarebbe tutto così semplice, e che imbecilli i greci, gli spagnoli, i portoghesi, gli irlandesi, e via elencando, a dormire in piedi in questo modo.

Ma questo articolo conforta la convinzione, un bel po' meccanica e direi poco informata, di molti compagni, ai quali consiglierei la lettura di questo altro articolo, stavolta del Manifesto, soprattutto se sono anche lavoratori dipendenti, o quello che ora passa come tale, e ancor più se pensionati, come il sottoscritto.


Uscire dall'Euro si potrebbe anche fare, ma con un processo abbastanza articolato e complesso che, tra l'altro, prevederebbe l'instaurazione di una proto-divisa collaterale, come i certificati di credito fiscali illustrati in uno studio edito da MicroMega circa un anno fa, così da creare i presupposti economici in grado di essere rappresentati dal successore dell'Euro, una cosa che ci vedrebbe comunque sottoposti ad attacchi furiosi non solo dei fautori di questa Europa, ma anche degli speculatori che sono straordinariamente di bocca buona e colpiscono sempre dove fa più male.

Noi stiamo soffrendo non per l'Euro, che è uno strumento, ma per le logiche che lo utilizzano. Può sembrare un distinguo ozioso, ma non è così. E' come prendersela col randello e non con l'energumeno che te lo cala sulla testa.

Mi sembra assodato che l'Europa sia una camicia di forza asservita alle esigenze di un concerto turboliberista, e che sia necessario o rifondarne integralmente i principi funzionali, oppure concertare una separazione consensuale che però, per non risultare follemente autolesionistica, deve essere fatta con rapporti di forza non conseguibili da una sola entità nazionale.

Io propendo più per la prima opzione che per la seconda, e comunque anche la seconda dovrebbe configurarsi come un prerequisito funzionale a patti costitutivi di una diversa alleanza.
Mi sembra infatti abbastanza autolesionistico presentarsi soli ed isolati su di un palco già occupato da giganti come USA, Cina, India e Russia, soprattutto se non hai beni e servizi su base esclusiva o con forza economica cospicua.

Queste mie valutazioni, che ho espresso nel thread apertosi in calce alla condivisione dell'articolo, naturalmente, mi hanno già esposto, mentre scrivo, alla considerazione che mi qualificherebbe come digiuno di "economia e strategia politica" (sempre meglio sottovalutare l'interlocutore senza sostanziare la critica) il che è già un gradito cambiamento rispetto a quella canonica, espressami in altre occasioni, da parte di compagni che hanno preferito accusarmi di essere in odore di contiguità piddina, accusa che mi infastidisce assai per strumentalità e palese inconsistenza, facilmente riscontrabile da mie pregresse prese di posizione.
  
Potrei rimproverare loro prossimità, altrettanto imbarazzanti, con le posizioni leghiste, per tacere della fonte sulla quale ci stiamo accapigliando, ma mi ripugna scendere così in basso.

Ci sarebbe da entrare nel merito.  Magari un'altra volta eh?



domenica 30 ottobre 2016

Mi permetta, io sarei contrario

Ieri, vedendo la foto nella quale Cuperlo si fa un selfie con la ministro Boschi, non ho potuto fare a meno di commentare su FB, molto brevemente e con sarcasmo, la valenza della sua opposizione in seno al PD – nulla – e la sua oggettiva ipocrisia.



Sono stato, ovviamente, criticato da miei contatti pro-PD che mi hanno ritenuto troppo severo.
Uno di questi è un vecchio amico ed ex collega che vive da molto tempo all'estero, circostanza che io credo sia alla base della sua benevolenza nei confronti di Renzi e del PD, insieme ad una sua antica propensione per la discussione, vissuta come piacere in sé.

Probabilmente incide molto anche la contemplazione del disastro costituito dalla presidenza Hollande, il mio amico vive in Francia, che quasi riesce ad accreditare il nostro Matteo quale persona seria, asservito ad interessi liberisti sovranazionali, furbo, manipolatore, ma certo non altrettanto ridicolo.


Credo che stavolta il mio amico, che negli ultimi mesi ha spesso cercato di “farmi ragionare”, abbia perso un po' la pazienza e, prendendo d'aceto, mi ha replicato come segue:
“La vera questione è che tu pensi che il PD abbia obiettivamente abbandonato nel suo complesso il campo progressista o se non lo pensi lo lasci trasparire. Se ciò fosse vero il destino dell'Italia sarebbe tragico e quando dico Italia lo dico lato sensu.

Un'altra cosa che non capisco è quale progetto o visione tu abbia dell'evolversi del quadro italiano. In effetti, se il PD è irrecuperabile non capisco nemmeno perché ti affanni tanto a parlare di politica”.



Un pochetto aggressivo, anche se nei limiti della sua proverbiale affabilità, ed anche un classico della risibile giustificazione basata sul “perlomeno noi facciamo qualcosa” ed altre insoddisfacenti declinazioni su questa modulate.


In effetti ai miei occhi il PD è effettivamente irrecuperabile, ma non per questo rinuncio a parlare di politica perché, fortunatamente, esiste un mondo anche al di fuori di quel partito.
Non che io debba giustificarmi naturalmente, ma parlo di politica perché, come diceva il dimenticato Aun San, padre della più nota Aun San Suu Kyi, tu puoi anche disinteressarti della politica, ma la politica si interesserà sempre di te.

Dunque non vi rinuncio perché le carni con le quali banchettano sono anche le mie e non è proprio il caso di smettere di fare resistenza quando cercano di fotterti.


Quale progetto? Un progetto minimo: non favorire la nostra macellazione.

Una visione? Ricreare le condizioni per le quali sia possibile pensionare il pensiero unico e ricostruire un'opposizione che non si limiti a lucrare, come M5S, sulle nefandezze dell'antagonista. 
Ricostruire un'opposizione vitale, ovvero una delle indispensabili gambe di un quadro democratico, con aspirazioni di governo e che sia avversa all'imperante visione turboliberista.


Come sarà possibile farlo? Beh intanto piantandola di accreditare la sponda dem di estremamente improbabili capacità di recupero in senso anche solo pallidamente socialdemocratico, per esempio.



Mi viene spesso in mente un parallelo col ghetto di Varsavia, quando contemplo i Cuperlo, i Damiano ed altri sedicenti "frondisti" in sedicesimo. Mi vengono in mente i componenti dello Jüdenrat e la loro oggettiva, ma non equidistante, opera di raccordo tra vittime e carnefici.

domenica 16 ottobre 2016

Il giullare ha preso congedo.

Dopo un funerale laico partecipatissimo e sotto una pioggia torrenziale, le spoglie di Dario Fo, ma non il suo ricordo, hanno preso congedo dal mondo, e molti sono stati i commenti che sono seguiti alla morte del Principe dello Sberleffo.


Nel coro unanime, e spesso ipocrita, di celebrazioni del grande vecchio, sono emersi ripetutamente, ma con la melliflua ellitticità propria dei sepolcri imbiancati di lungo corso, i richiami alla sua appartenenza ad una formazione militare repubblichina.

Ebbene si, Dario Fo fu un milite dell'Esercito Nazionale Repubblicano. 
Aveva 17 anni ed era cresciuto, come tutti quelli nati dopo il 1922, suggendo il latte del credo fascista.    In quella contingenza, con un paese spaccato ed un regime impopolare e soffocante, alcuni suoi coetanei scelsero la via della montagna, altri risposero alla leva repubblichina.

Io nacqui nove anni dopo la fine della guerra e non me la sento di stigmatizzare scelte alle quali non sono sicuro che avrei saputo resistere.  Si perché a bocce ferme siamo tutti coerenti e pugnaci, ma poi.........

Quello che mi importa è che Fo, successivamente, in un'età più matura e con esperienze distillate da una maturità nel frattempo intervenuta, ha compiuto scelte precise e incredibilmente coerenti, portandole fino in fondo e pagando prezzi talvolta cospicui.
Un uomo dalle molteplici sfaccettature, vulcanico e anche scomodo.  Come tutte le grandi personalità suscitava reazioni molto polarizzate e non fu sempre facile digerire il pacchetto completo.

A livello personale non ho mai saputo accettare il suo ingombrantissimo ego, che mise sempre in ombra l'apporto, molto più che consistente, di Franca Rame.  Ricordo anzi con fastidio il discorso funebre che tenne alle esequie della sua compagna, dove le rubò, perlomeno fu questa la mia sensazione, la scena per l'ultima volta.

Nell’autunno della sua vita fece una scelta che suscitò più di una critica, di cui però lui non si curò molto mi pare, ovvero l’appoggio pubblico e pubblicizzato ai pentastellati, che trovai improvvido e non coerente, a meno che non si possa attribuire a quella scelta un significato tattico e contingente che è infatti condiviso da una parte della sinistra: appoggiare gli unici cosacchi che impensieriscono il tiranno.

Con tutto ciò, e nonostante le mie ininfluenti paturnie, Dario Fo è stato un caposaldo della resistenza al potere democristiano e sponda sicura per chiunque si sia opposto all'arroganza del potere.  Una vita ben spesa, alla fine di tutto.

Un uomo, o una donna, non vengono rappresentati solo dagli errori che compiono, ma dal bilancio di tutta una vita.  Vorrei poter vantare  lo stesso risultato di Dario Fo e Franca Rame, ma ne sono ben lontano.

giovedì 15 settembre 2016

Chi semina virtù fama raccoglie. (L. da Vinci)

Oggi ho sostenuto una discussione, sulla pagina FB di un'amica, circa i pregi (presunti) e i difetti (negati) di M5S, e ho definitivamente compreso che la rinascita di una sinistra politica organizzata, efficace e rappresentativa non è al momento un'ipotesi verosimile.

Questo è dovuto essenzialmente a tre elementi concomitanti:


  • il PD, che ha compiuto la sua trasformazione genetica divenendo definitivamente una formazione di centrodestra al servizio delle istanze neoliberiste, continua a pretendere di occupare la nicchia politica della sinistra, caricandola del peso mortale del discredito che la conduzione renziana accumula a piene mani;

  • la  sinistra-sinistra, tutta presa da talmudiche discussioni su ogni cosa, dottrina, tattica, strategia e sulla convenienza/giustezza di aperture verso il PD (sic!), e come sempre ostaggio di propensioni egemoniche, si segnala per l'incapacità ormai assodata di uscire da metodologie verticistiche, dove programmi e consultazione del proprio popolo risultano variabili dipendenti e non strettamente necessarie;

  • M5S attua coerentemente la prassi populista; indica il puzzone, e qui la concorrenza collabora entusiasticamente, fa mostra di superiore virtù, capta la benevolenza della gente dicendo le "cose giuste", ma evitando se possibile di finalizzare dato che la trasversalità del consenso raccolto non si presta a soluzioni praticabili senza grossi inconvenienti, e rintuzza ogni critica col semplice espediente di ricordare che gli altri sono peggio.

Una fetta consistente del popolo di sinistra, esasperato e messo all'angolo, abbandona il PD, che è evidentemente il problema, si allontana stranito da una sinistra che non sa ancora che fare da grande e si butta sul movimento che pare essere l'unica alternativa.

Quali elementi di riscontro vanta questa fiducia perfino commovente? Su cosa si basa questa rocciosa convinzione? 
Su nulla in realtà. La gente è disperata e in altri momenti storici avrebbe già dato la stura a vasti sommovimenti di piazza.  Ma oggi mancano i soggetti in grado di organizzare il dissenso, non ci sono più partiti interessati a farlo e i corpi intermedi, da lungo tempo sotto assedio, o sono ininfluenti e marginalizzati o sono piuttosto "collaborativi", mentre i vari esperimenti della sinistra non renziana non riescono mai ad uscire dal recinto degli scazzi preliminari, salvo poi meravigliarsi della scarsa rappresentatività.
Quel popolo, privato della capacità di mobilitazione, in pratica si è voluto convincere che il movimento saprà riempire il vuoto che lo ha reso vittima della degenerazione piddina.

Molti compagni si sono risolti a scommettere su M5S, anche se per il momento abbiamo solo quello che i grilliani dicono di voler fare, alcune amministrazioni comunali alquanto opinabili (di cui l'unica un poco presentabile, Parma, è retta dallo scomunicato Pizzarotti) e la stentatissima giunta Raggi che ancora si cincischia con personaggi di area alemanniana.

Mi è stato opposto che basta esaminare le proposte di legge pentastellate, in sede nazionale ed europea, per verificare la pregnanza del contributo grilliano, e le 
proposte parlamentari ci sono in effetti e fanno anche una bella figura, ma siccome M5S è stato minoranza ovunque (e dove è maggioranza sono più le ombre funzionali che le luci) e non intende promuovere alleanze anche solo di scopo con altre forze politiche, ne consegue che quelle belle proposte sono puro marketing politico, buono solo a captare la benevolenza di chi è assai giustamente disgustato dal PD, e finora non hanno sortito quasi nulla.

Intanto a suo tempo ho preso atto dell'estrema ambiguità della posizione pentastellata, detta, contraddetta, smentita, riconfermata e poi opportunamente dimenticata su una cosuccia come l'immigrazione, per esempio.

Del resto se vai a far spesa elettorale pescando a destra e sinistra (con la copertura della grandissima corbelleria del superamento di quelle categorie), poi fai fatica a prendere posizioni coerenti sui grandi temi.
E infatti picchiano solo su temi aggreganti e di denuncia: il PD, che è un verminaio ributtante e la politica in generale. 
Ottimo e anche giusto, ma a indicare il puzzone ci arriviamo tutti, mentre sui provvedimenti i concetti di destra e sinistra esistono, eccome se esistono.

Io penso vi siano gli estremi evidenti di un mero investimento sulla fiducia e trovo la cosa abbastanza rischiosa, pur se giustificata dalla situazione contingente.
Il movimento, grazie principalmente allo sfascio piddino, si accinge a vincere, dopo diverse elezioni comunali, anche quelle politiche generali, e non sono sicuro che la cosa renda i sonni tranquilli allo stato maggiore grilliano (la Senatrice Taverna, alla vigilia delle elezioni per il Comune di Roma, dichiarava che era in atto un complotto per farli vincere).

M5S é una forza di opposizione efficacissima, come solo il populismo sa essere, ma governare significa prendere decisioni e non mi sembrano molto attrezzati a farlo.     Nel frattempo svuota efficacemente l'elettorato di sinistra, e non è neanche tutto colpa o merito suoi.


venerdì 2 settembre 2016

Ma non è una cosa seria

Contemplo con invincibile disincanto le prodezze della nostra classe dirigente, in particolare quella politica, e mi dico che è inadatta alla bisogna e irrecuperabile.

Ascolto i discorsi a braccio del guappo di Rignano, subisco i balletti delle cifre sull'occupazione e la fiducia dei consumatori, assisto alle contorsioni di chi è contro la riforma costituzionale - ma fino a un certo punto - ed è alla ricerca del dito dietro cui nascondersi (rettifica dell'Italicum per esempio), esamino la guardinga trattazione del dopo terremoto, e mi chiedo quanto potrà essere differente dalla gelida indifferenza istituzionale sperimentata in occasione di quello dell'Emilia, e ascolto orripilato le corbellerie simil-fasciste della titolare della Sanità sul fertility day.

Questa ultima prodezza dell'ineffabile Lorenzin, in particolare, mi richiama alla mente la peggiore e più inossidabile abitudine dei timonieri italici, e della loro corte di miracolati, ovvero il vezzo insopprimibile che porta questi amministratori in sedicesimo a predisporre immancabilmente i peggiori ostacoli possibili al conseguimento di qualsiasi obiettivo, salvo poi addossarne la responsabilità non alla loro incompetenza o a inconfessabili maneggi e narrazioni ideologiche al servizio di precisi interessi, bensì alle vittime della loro protervia: i semplici cittadini.

Sarebbe pleonastico ricordare alla ministra che più delle considerazioni sul tempo che fugge, con depauperamento inesorabile degli ovociti, e richiami ad antiche, squalificate e fascistoidi suggestioni sulla donna fattrice e relativa ragion d'essere esistenziale, sarebbero enormemente più efficaci retribuzioni adeguate, rapporti di lavoro stabili e persistenti, ma soprattutto servizi adeguati, capillari e accessibili, sul tipo degli asili e nidi d'infanzia sventolati dal suo, e nostro ahimè, primo ministro quando doveva sbaragliare la concorrenza alle primarie, sventolati e poi prontamente dimenticati, una volta agguantata la segreteria del partito.

Sarebbe pleonastico, e anche inutile, perché a questa gente non importa nulla, dato che non possono ignorare che chi mette al mondo figli lo fa solo se è in grado di esprimere un progetto di vita, mentre la gran parte della gente è ridotta a vivere alla giornata ed aspettare un'improbabile alba che metta fine a questa notte tormentosa e buia.

E infatti non lo ignorano, ma la pratica del cornuto e mazziato, del rimbalzare su altri le proprie responsabilità è sempre gettonatissima e funziona, fino a quando la gente non capisce che il proprio deretano ha oramai toccato il fondo, e più in basso di così non può più andare.

Nell'imminenza del ferale anniversario dell'8 settembre, mi torna alla mente la biografia, redatta da Silvio Bertoldi, di uno dei peggiori di questi grandi uomini all'italiana, quel Badoglio che assieme al re fellone Vittorio Emanuele III, consentì a Mussolini di gettarci nel più profondo baratro della nostra storia, e che al momento giusto seppe sbagliare tutto, principalmente per ignavia, portandoci a un passo dalla dissoluzione, mentre la nostra nazione era ancora meno che centenaria.
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In particolare mi torna in mente questo passo, riferito al Maresciallo d'Italia, ma applicabile alla gran parte dei nostri statisti e ai loro comprimari:
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«Ma non proprio questa ambiguità [la mancata denuncia dello stato di impreparazione delle Forze Armate nell'imminenza della guerra NdR] gli rimproverarono in tanti, la faciloneria nell'assumere incarichi e la precipitazione nello sconfessarli, vedendoli fallire? Non sarà la riprova della misura in cui quest'uomo riuniva talvolta in sé certi gravi difetti dell'italiano: la supponenza, il gerarchismo, l'adulazione, il carrierismo, la mancanza di disciplina interiore. di cultura, di senso dei propri limiti, di rispetto dei valori ideali, perfino di immaginazione