venerdì 10 novembre 2017

Ma vuoi mettere un bel vaffanculo?

Leggo i post e i commenti di molti compagni che plaudono all'eclatante iniziativa dei giovani dei collettivi studenteschi e dei centri sociali che hanno interdetto a D'Alema e alla Camusso l'agibilità di un'aula all'università Federico II di Napoli, e vorrei esprimere alcune valutazioni in proposito

Vorrei, preliminarmente, chiarire che personalmente ritengo D'Alema uno dei principali affossatori dell'esperienza socialista, in senso lato, nella storia italiana, e certo la sua attuale funzione antirenziana non riesce a farmi dimenticare i numerosi, esiziali e marchiani errori compiuti, soprattutto alla luce del fatto che la sua offensiva è volta principalmente alla restaurazione di una formula politica, quella del centrosinistra, che è alla base dell'azzeramento del contrasto al disegno strategico del neoliberismo nel nostro paese.

D'Alema è persona intelligente, ma non è certo uno statista. La sua è la logica correntizia di chi è uso tirare coltellate nei corridoi tra le stanze della sede del partito, con una visione autoreferenziale che vede nella realtà del paese, con il relativo carico di sofferenze e marginalità, solo il necessario presupposto alla sua dimensione di attore politico.

Non sono tenero neanche con la Camusso e con la sua sostanziale, e fatalmente sospetta, inanità di fronte alla controrivoluzione liberista, propiziata dal disastro finanziario del 2008, varata da Monti, ma poi confermata dai governi PD succedutisi.
Non posso essere ben disposto nei suoi confronti anche perché, essendo tesserato CGIL da 41 anni, ed essendo stato membro del comitato degli iscritti della mia SAS per 36, conosco molto bene la deriva che ha afflitto quel sindacato e la sostanziale abdicazione di cui si è reso responsabile.

Se, dunque, fossi stato a Napoli il giorno del convegno, sarei stato impaziente di presenziarvi, in forma organizzata, per contestare a Camusso e D'Alema i loro errori strategici, e chiedere con quale credibilità possano ritenere di essere i giusti artefici di una ricostruzione della sinistra, cosa intendano in realtà quando ne parlano e, alla fine, inchiodarli alle loro specifiche, e gravi responsabilità.

Ma lo avrei fatto all'interno di un dibattito, che avrebbe dovuto essere certamente imposto, dato che il copione del convegno era già scritto, dando a quei due interlocutori lo spazio per esprimersi, confidando tra l'altro che ciò sarebbe andato a loro svantaggio, data l'assoluta evidenza dei loro errori.

Lo avrei fatto presentandomi in modo da non offrire il destro per essere fermato all'ingresso, perché il mio scopo non sarebbe stato quello di alimentare una lettura antagonista marginalizzata, una sorta di vittimismo agito per supplire all'irrilevanza mediatica e, sospetto, alla povertà dottrinaria sottostante, bensì la creazione di un momento di confronto in grado di far scaturire un contrasto dialettico.
Il mio scopo sarebbe stato di dimostrare l'esistenza di un'alternativa al revisionismo dei diversamente PD, un'opzione propositiva e non angustamente interdittiva, abbastanza vitale da andare oltre la dimensione meramente movimentista, seppure in divenire.

Lo avrei fatto tenendo in gran conto i valori di agibilità democratica per i quali i nostri padri, e i nonni di molti degli intervenuti, hanno tanto penato, pagando con la morte e con feroci ferite, nel corpo e nell'animo, perché certi trattamenti dovrebbero essere riservati al solo fasciume che distribuisce testate alla vigliacca ed esibisce labari e saluti romani senza più contrasto, a quel fascismo che riduce la dialettica solo al confronto fisico e sopprime le idee in quanto cascami inutili e costitutivamente sovversive.

Quello che è avvenuto dimostra prima di tutto l'irrilevanza operativa di chi lo ha promosso, e la propensione ad agire secondo una prassi di stampo rozzamente populista, non differente dalla pratica grossolana del vaffanculo militante, un metodo semplice per raccogliere consenso tra chi ha mille ragioni per sentirsi marginalizzato, fornire un bersaglio su cui scatenarsi e poco altro.

I fautori di quell'interdizione oggi potranno consolarsi con l'idea di esistere e di aver negato la possibilità di contrabbandarsi quale soluzione a chi è evidentemente tra le cause dei nostri problemi.


Ottimo. Rimane intatto il problema di ricostruire la sinistra, cosa di cui a mio modesto avviso a Napoli non vi è stata alcuna avvisaglia, magari andando oltre i fischi ed evitando di fornire a certi improbabili salvatori la patente di vittime.

lunedì 6 novembre 2017

"Il cecchino è il primo che muore" (Lestat V)

E' di ieri la notizia di una nuova strage di innocenti nel cuore dell'America rurale, perpetrata nel luogo e nel momento che un evento del genere sconcia più efficacemente: una chiesa, nel "giorno del signore" e mentre i fedeli, mietuti dalla follia dell'omicida, sono riuniti in preghiera.

La cronaca d'oltreoceano ci ha abituati a questo tipo di notizie che ci pervengono con sconcertante regolarità, testimoniando di ripetuti atti di solitaria follia, di persone che, in preda a disperazione o persi in qualche delirante complesso di persecuzione, si armano e urlano il proprio malessere uccidendo innocenti ed inermi che hanno la sola colpa di trovarsi nel luogo e nel momento sbagliati.

E' forse un portato dell'assuefazione se, in questa circostanza, mi sono ritrovato a discutere, sui social, su un aspetto funzionale dell'evento, più che del fatto in sé.     Un mio amico infatti si dichiarava un tantino perplesso per il fatto che le testimonianze parlano di "una ventina di colpi sparati" a fronte dei quali ci sono 27 morti e 24 feriti, imputando la discrepanza alla scarsa attendibilità di testimonianze rese da persone sotto stress.

La verità è che un corpo umano non è un "bersaglio duro", ed una pallottola 357 magnum, per esempio, o una 44, potrebbe trapassare un primo bersaglio e conservare abbastanza energia per uccidere o ferire ancora una o due vittime allineate sulla traiettoria, e in una chiesa si sta raggruppati.

Ho rappresentato questa considerazione dilungandomi in una serie di considerazioni tecniche, che qui ometterò, ma poi mi sono reso conto che apparentemente io ed i miei interlocutori stavamo comportandoci come quei becchini di lungo corso che si puliscono le unghie mentre attendono di riempire la fossa, distaccati e indifferenti di fronte alla morte.

Non è così naturalmente. Su quella tematica in particolare sviluppai una speciale sensibilità a seguito di un'esperienza mentale che feci sotto le armi quando, imbracciando per la prima volta un fucile d'assalto carico, mi chiesi cosa sarebbe successo se, dando fuori di testa, avessi sparato, al poligono, verso i miei commilitoni schierati per tre invece che verso il bersaglio.

In quel frangente fui a un passo dal gettare l'arma, dato che mi resi conto del potere devastante che gestivo in quel momento.    La cosa mi prese di sorpresa; ero molto giovane e non mi ero ancora preso il tempo di analizzare le implicazioni del mio obbligo di leva, essendo questo un passaggio implicito e scontato della mia fuoriuscita dalla condizione di adolescente in attesa di "fare sul serio".

Fu un momento importante della mia vita, che mi rese consapevole di cose cui non avevo mai realmente pensato prima. 
In molti film di guerra, Full Metal Jacket per esempio, si parla del fatto che la mente è la principale componente del "sistema d'arma sniper".
Quando si impugna un'arma carica ci si assume una responsabilità enorme, sempre, anche nell'ambiente controllato di un poligono.
Se la mente è debole o disturbata, o si agisce con leggerezza, il fatto di essere agenti di morte diventa un fattore che assume il controllo della tua volontà.

Ma anche se la mente è equilibrata l'atto di uccidere, ferire o invalidare, soprattutto non sotto l'impulso dell'autoconservazione, comporta un prezzo esorbitante, una perdita di integrità sull'altare di un compromesso tra la tua natura di animale sociale, portatore di una cultura antropologica eticamente evoluta, e le ragioni di sopraffazione del dispositivo organizzato che rappresenti, e per conto del quale agisci.

In questo senso sono stato molto colpito dalla frase che ho utilizzato per il titolo di questo testo.     Il cecchino, quando spara il suo primo colpo "vero",  uccide l'innocente che è in sé, prima ancora che il proiettile esca dalla volata del suo fucile e prima di uccidere il suo bersaglio.

Il folle che ha compiuto la strage in Texas pare fosse un ex militare e che fosse mosso da risentimenti di origine familiare. Mi chiedo se ha provato, la prima volta che ha imbracciato un'arma carica, la stessa inquietitudine che provai io a suo tempo, e quali e quanti punti critici ha incontrato maneggiando, da soldato, i suoi strumenti di morte.  Di certo in uno di quei momenti ha perso il retto cammino.

giovedì 26 ottobre 2017

Tra servo e padrone non v'è nessuna amicizia. (Curzio Rufo)





Io sono già in pensione, fortunatamente e a dispetto del ciclone Fornero che mi ha colpito senza travolgermi, ma non posso fare a meno di mettermi nei panni di coloro che, a un passo dalla quiescenza, si ritrovano continuamente spostata in avanti la linea di traguardo dell'agognato ritiro dalla condizione di lavoratore attivo, per di più in un contesto di forte evanescenza dei posti di lavoro che configura un eventuale licenziamento, o chiusura dell'azienda, al pari di una catastrofe dagli esiti fatali.


E' di questi giorni l'annuncio dell'aumento dell'età pensionabile a 67 anni, a seguito dell'incremento dell'aspettativa di vita, un concetto questo ultimo che sembrerebbe perfino banale, ma che credo nasconda un grosso fraintendimento, come emerge chiaramente, per esempio, nella definizione di Speranza di Vita, così come viene descritta da Wikipedia:


Speranza di vita

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il tasso o speranza di vita è un indicatore statistico che esprime il numero medio di anni della vita di un essere vivente a partire da una certa età, all'interno della popolazione indicizzata.

Descrizione

Solitamente l'espressione è usata per indicare il numero medio di anni che ogni neonato ha la probabilità di vivere. Allo stesso modo, molto spesso, senz'altra specificazione, viene riferita implicitamente alla vita umana.
È strettamente correlata alle diverse età: l'allungamento dell'aspettativa di vita alla nascita, ad esempio, può essere la semplice conseguenza della riduzione dei tassi di mortalità infantile, dovuta a migliori condizioni igieniche e sanitarie, senza che vi sia effettivo allungamento nella soglia di vita complessiva delle persone. Questo fatto è spesso all'origine di grossolani fraintendimenti, quando si afferma, in maniera semplicistica e a sproposito, che l'alta speranza di vita di cui gode una certa popolazione ha come conseguenza l'aumento della popolazione anziana (si parla a volte di invecchiamento della popolazione), mentre invece è la semplice conseguenza di bassi tassi di mortalità in età infantile o giovanile o dell'abbassamento dei tassi di mortalità evitabile.
Combinata con l'indice di mortalità infantile, rispecchia lo stato socialeambientale e sanitario in cui vive una popolazione. La speranza di vita, oltre a rappresentare semplicemente un indice demografico, è quindi utile per valutare lo stato di sviluppo di una popolazione.

Dunque l'aspettativa di vita è qualcosa che viene definito da molteplici fattori e non è certo un valore confortevolmente stabile e scolpito nella pietra, trattandosi di un andamento tendenziale che non può prescindere, per quanto ci riguarda, dal fatto che:

  • la qualità dell'assistenza sanitaria è in costante peggioramento;
  • l'incidenza delle patologie croniche non può che aumentare con l'età, elemento strettamente correlato al precedente;
  • le condizioni generali di lavoro sono tali da risultare più usuranti rispetto a solo 10 anni fa;
  • lo stato prevalente di precariato comporta stili e abitudini di vita degradati che hanno grande incidenza sulle condizioni di salute.


In realtà siamo in presenza di un disegno cinico che vuole sistemare le cose scaricando addosso ai peones le esigenze di quell'uno per cento reso soggetto evidente dalla protesta di Occupy Wall Street.
Si abbassano le retribuzioni, dopo aver distrutto lo Statuto dei Lavoratori, e si creano condizioni concorrenziali di accesso ad un'occupazione asfittica, precaria e dequalificata. 

L'aumento dell'età pensionabile serve anche a mantenere al loro posto schiere di giovani impossibilitati a mettere in atto un progetto di vita decente, ragazzi che, una volta divenuti a loro volta anziani, non potranno accedere a nessun trattamento pensionistico dignitoso; non quello pubblico, che i nostri carnefici stanno facendo morire d'inedia oggi, ma neanche quello privato, che avrebbe bisogno di versamenti costanti, del tutto improponibili in un quadro permanente di retribuzioni ridicole e lunghi periodi di disoccupazione.

È così che si uccide un paese, che si sopprime l'anelito vitale di una comunità.
Il liberismo, l'oligarchia che lo esercita draconianamente, i suoi artefici e i suoi picciotti non sono diversi da un virus letale, che colonizza l'organismo ospite fino ad ucciderlo.    La differenza è che un virus compie la sua opera omicida a scopi riproduttivi, per poi trasferirsi altrove; è spietato, ma opera con una logica comprensibile, ancorché inconsapevole.

Il liberismo non ha un altrove nel quale trasferirsi, ma non ha neanche la sensazione di segare il ramo su cui siede, perché gli oligarchi che lo agiscono sanno che, da sempre, chi siede in cima alla piramide sociale casca sempre in piedi, fino a poco tempo fa perlomeno.

Si perché finora non si era mai presentato il problema dell'esaurimento delle risorse, della fine delle frontiere da penetrare, dei mercati vergini da colonizzare.   L'infinito di cui appropriarsi non è quella tavola senza contorni che immaginavano i teorici del liberismo.  Esso è invece una sfera che è infinita solo nel senso che non ha confini invalicabili e che, una volta percorsa interamente la sua superficie, ripropone i campi fumanti e ingombri di rovine che si erano già violentati.

Secondo una figura retorica che utilizzo spesso, il modello liberista non è quello sostenibile dell'agricoltore, che ara, semina e raccoglie, ben conscio di trovarsi in un ciclo ripetibile, ma solo a patto di non stressare le risorse, è invece lo stato mentale del raider che scende nella valle, asporta l'asportabile, consuma sul posto quello che riesce a consumare e distrugge tutto il resto, per poi passare nella valle di fianco.
Il ciclo economico liberista è essenzialmente entropico e miope e parte dal presupposto che una volta esaurito il mercato ed emerse le contraddizioni assolutamente logiche che conseguono, basti spostarsi di lato e ricominciare da capo.


Un tempo, e anche oggi nei paesi definiti emergenti, quel modello iniquamente classista al servizio di una ristretta aristocrazia, magari temperato da una limitata e strettamente controllata mobilità sociale, può aver avuto una funzione propulsiva, pur con costi umani e morali rovinosi, ma oggi che si sbatte il muso contro i limiti di un ambiente sfibrato rimane il fatto incontrovertibile che di frontiere, se si eccettuano lo spazio ed il fondo del mare, ambedue inavvicinabili per via dei costi che comporterebbe il loro sfruttamento, non ce ne sono più.

Ecco dunque che il liberismo, il cui ciclo è diventato sempre più corto e inefficiente come è sotto gli occhi di tutti, produce la sua metastasi finanziaria, un contesto dove la produzione di ricchezza diviene un concetto virtuale che si basa su costrutti artificiosi, non diversi dalla pretesa di sollevarsi tirandosi per i lacci delle scarpe.

In assenza di una prevalente dimensione produttiva dell'economia, il concetto classico di valore aggiunto, ovvero la misura dell'incremento di valore che si verifica nell'ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali grazie all'intervento dei fattori produttivi (capitale e lavoro) a partire da beni e risorse primarie iniziali, cede il passo alla rendita finanziaria conseguente a speculazioni tenute in piedi da espedienti sempre più azzardati e pronti a implodere sotto il peso delle proprie contraddizioni e dell'avventurismo irresponsabile di chi li concepisce e mette in atto.

In attesa dell'esplosione della prossima bolla speculativa, magari di quella definitiva dei derivati (valore nozionale stimato dei contratti in essere pari a circa 550mila miliardi di dollari, ovvero otto volte il Pil mondiale), le quote di ricchezza che i potenti comodamente assisi in cima alla piramide sociale si assicurano sono tutte a nostre spese, e non potrebbe essere diversamente dato che l'economia è un modello funzionale cosiddetto a somma zero, nel quale il benessere di qualcuno non può che essere a spese di qualcun altro.

Ma il fatto è che in un quadro di depauperamento delle risorse e della ricchezza generale se uno degli attori non intende arretrare nei suoi stili di vita ciò non può che avvenire a spese degli altri, i quali non solo non godono di alcun margine di miglioramento, ma si vedono costantemente defraudati di ricchezza, diritti ed opportunità.

Ricordo con amarezza gli anni della mia infanzia, nei quali il futuro era un concetto indissolubilmente legato al progresso, morale e materiale, quando era dato per scontato che ogni generazione avrebbe migliorato i propri standard per il semplice fatto di spiccare il salto dalle braccia di chi l'aveva preceduta.


Fu senz'altro un'illusione.  Non esiste nulla che possa crescere indefinitamente, ma non è legge di natura il doversi sottomettere per forza all'arbitrio di chi ha fatto dell'egoismo un valore primario e, dopotutto, sarebbe bene renderci conto il prima possibile che stiamo distruggendo l'ambiente che ci ospita, e che urge trovare modelli di vita differenti, più equilibrati e maggiormente solidali.

E' arrivato il momento di reagire, di fermare una corsa dissennata che ci sta portando al suicidio, ma non sarà una cosa che potrà avvenire a seguito di pacate discussioni.     Chi siede in cima non intende rinunciare a nulla, si tiene stretto tutto quello che ha e ci guarda con un ghigno di derisione, sputandoci in testa i noccioli dei dolci frutti che ci vengono negati.

Hanno costruito un contesto ferocemente classista, noi, gli iloti, da una parte e loro, gli spartiati, dall'altra.     Il titolo di questo testo non è scelto a caso.

venerdì 1 settembre 2017

Occhio non vede, cuore non duole




Molti, anche a sinistra, sono compiaciuti per il fattivo agire di Minniti che avrebbe risolto il problema degli arrivi dei profughi esercitando le prerogative dello stato, e si dolgono del fatto che molti, ancora più a sinistra di loro, affibbino al ministro degli interni l'infamante etichetta di fascista.

Ebbene io non credo che quell'epiteto sia proprio adeguato, ma certo il piglio dell'uomo e la qualità del suo agire lo collocano sul versante dell'autoritarismo, che del fascismo costituisce un inaggirabile precursore.
Leggendo comunque i post dei suoi sostenitori mi viene da chiedermi: ma Minniti ha effettivamente risolto?  

Ebbene a me pare che nel quadro più generale non abbia concluso un beneamato cazzo, mi si scusi per il francesismo, avendo solo deviato un flusso, e solo fino a quando i signori della guerra libici non decideranno di spremere altri quattrini, o Macron  non troverà conveniente spostare diversamente i suoi carriarmatini nel Risiko mediterraneo, o la Spagna non riprenderà a sparare sui disgraziati che si aggrappano alle reti che cingono Ceuta e Melilla.

Però molti si compiacciono del pragmatismo minnitiano, che ha conseguito il risultato che tutti auspicavano, pur senza dirlo.
Oddio, proprio tutti mica tanto, ma pretendere la coralità serve a occultare il fatto di avere lo sfintere sporco.     

Non starò qui a dire che Minniti, risolvendo da par suo, finisce col finanziare lager e bande di sgherri moralmente indistinguibili dai mercanti di carne umana, quando non esattamente coincidenti, perché se il criterio prevalente è quello pragmatico mi rendo conto che l'aspetto umanitario non può avere grande importanza (sic!), ma vorrei che ci rendessimo conto che Minniti ci ha solo messo una pezza, e lo ha fatto tra l'altro colpevolizzando le ONG, e non alcune che magari, cosa ancora tutta da dimostrare, potrebbero non raccontarcela giusta, ma le ha proprio colpevolizzate tutte.

Si, proprio quelle ONG che, uniche in mare e sul territorio, davano risposte reali a problemi reali, sollievo a disgraziati conciati malissimo, conforto ai reietti che altrimenti vengono buoni solo quando bisogna mungere i famosi 35 Euro al giorno, o si possono impiegare nei campi di pomodori o esibire, nella componente femminile e spesso minorenne, sul ciglio di strade extraurbane, a disposizione dei bravi padri di famiglia, quelli preoccupati per il carico che la comunità deve assumersi per quei disgraziati, con tanti italiani alla canna del gas, nevvero?.

Minniti fascista? Non saprei. L'uso frequente di questo epiteto, comune pratica della sinistra-sinistra, è spesso improvvido, perché l'uso indiscriminato banalizza il concetto politico, non meno del fatto storico, che invece dovrebbe rimanere ben delineato nei suoi connotati identificativi, per non diluirne l'impatto.

Però Minniti, ancorché pragmatico, non ha in realtà risolto un bel niente, in termini di fenomeno generale, principalmente perché il governo di cui fa parte subisce l'iniziativa politica dell'opposizione, quasi tutta beceramente schierata - centrodestra ed M5S - per la rimozione del problema secondo la sagace formula del che siano cazzi di qualcun altro.

Solo che quando questa risolutiva strategia la attuano Ungheria e Francia, o la minaccia la tremebonda Austria, allora sono tutti figli di troia, perché poi questi negri arrivano da noi, per rimanerci, oh cazzo, confinati da muri e posti di blocco volanti. Però se lo fa Minniti, allora la stessa identica strategia perde ogni dimensione negativa e diventa esercitare le prerogative di uno stato.

Minniti magari non è proprio fascista, ma fa sgombrare un edificio pieno di etiopi, tutti abusivi, ma anche rifugiati con tanto di documenti regolari, col massimo della pubblicità e con modalità assai muscolari, però lascia al loro posto i bravi ragazzi di Casa Pound, che occupano altrettanto abusivamente un grosso stabile in piena Roma. Pragmatico il nostro solerte Ministro degli Interni, ma a discrezione parrebbe.
Sai che c'è? Magari non è fascista, però c'ha una coda di paglia king size.

Il fascismo non è definito dal numero delle sue vittime, ma dal modo con cui le uccide.   [J.P. Sartre]



venerdì 28 luglio 2017

Il ras del quartiere


Non vorrei unirmi al coro di risentite critiche verso i nostri cugini d'oltralpe, perlomeno non nei termini che emergono dalla cronaca e dai commenti dei vari opinionisti da tiggì serale, perché facendolo aderirei ad una forma di nazionalismo competitivo interno ad una logica, quella liberista, che mi è estranea, ma non posso certo astenermi da qualche valutazione critica nei confronti di un comportamento che fa dello sciovinismo la propria cifra distintiva.

La Francia è una grande nazione dal grande passato che non ha mai smesso di pensarsi più uguale degli altri, nei suoi momenti migliori, e di nutrire presunzione di supremazia morale nei peggiori.
Quella nazione vanta il primato di essere la più antica entità statuale europea tuttora vitale, formatasi nell'alto medioevo e giunta fino a noi pressoché immutata, nelle dimensioni se non nella forma di governo, e costantemente al centro dei processi storici, politici e culturali che hanno contribuito a formare non solo l'Europa, ma anche l'essenza di ciò che definiamo civiltà occidentale.

Nel corso della sua più che millenaria storia la Francia è stata un riferimento costante, in positivo quanto in negativo, e non possiamo certo stupirci se, a dispetto della presunta e ampiamente teorica coscienza europea, l'inquilino di turno dell'Eliseo, al pari di un novello Borbone, trami con arroganza, e con assoluto disprezzo delle regole, relativizzate a seconda del proprio interesse, per perseguire una politica da grande potenza a spese di chiunque abbia la sventura di porsi sul suo cammino.
Non possiamo stupirci, ma questo non significa che non dobbiamo condannare, solo che sarebbe più credibile farlo da una logica che non sia omologa a quella che si intende stigmatizzare.

Benjamin Disraeli fu un politico inglese che rivestì la carica di Primo Ministro in due occasioni nel corso del XIX secolo, e come tale conosceva molto bene le pratiche di conduzione di una grande potenza le cui fortune poggiavano prioritariamente sulle ragioni di un liberismo eletto a forma di governo.
Fu anche un facondo produttore di aforismi e, tra i tanti, quello che meglio definisce la logica che muove una nazione con interessi globali di natura mercantile è quello che recita:
Le nazioni non hanno mai amici stabili e nemmeno nemici stabili. Solo interessi permanenti.

Una dichiarazione estremamente chiara, che elegge a valore imprescindibile un atteggiamento tipico dei banditi da strada, nobilitandolo in nome del sacro egoismo di salandriana memoria.

Dunque la Francia si compra a prezzi di saldo la nostra grande distribuzione e mette ben più di un piedino nella nostra telefonia, ma esercita diritti, veri o presunti, di prelazione quando cerchiamo di acquisire quote importanti nel loro comparto industriale.

Considera l'intera sponda africana che affaccia sul Mediterraneo come roba sua, fin dai tempi dell'acquisizione italiana della Libia, strappata ad un impero ottomano agonizzante, segnata ai tempi con dispetto come faccenda da sistemare, e in effetti in corso di sistemazione, a poco più di un secolo di distanza, prima destabilizzando il regime di Gheddafi, e poi inserendosi nelle dinamiche del conseguente disastro quale potenza conciliatrice.

Non è estranea alle ragioni che generano le masse di profughi che arrivano sulle nostre spiagge, grazie al bieco sfruttamento delle risorse naturali del suo ex impero, tuttora sotto il suo controllo, mantenuto in permanente stato di sudditanza economica e gestito da protogoverni embrionali, ma chiude le proprie frontiere, con grande disprezzo delle normative europee, e accusa l'Italia di insipienza gestionale.

Tutte le manifestazioni di politica estera dell'entità statuale francese sono un distillato di arroganza e relativismo valoriale, ammantato per di più della presunzione di un primato etico, non disgiunto da implicazioni razziali, perfino ridicolo, date le condizioni.
Il fatto è però che quasi tutti i patrioti italici che fumano di rabbia per l'indecoroso atteggiamento gallico, approverebbero quegli atteggiamenti se provenissero dal nostro governo, dato che il discrimine non risiede nella sostanza dell'azione, ma nella propria condizione di beneficiari o vittime di quegli atteggiamenti.

Sentire Brunetta che si scaglia contro l'imbelle compagine governativa di Gentiloni può anche risultare gradito, ma poi ci si rende conto che il battagliero soldo di cacio - immagine riferita alla caratura politica del soggetto, e non alla sua non cospicua altezza - esprime il dispetto per il prevalere del concorrente transalpino e l'incapacità italiana a competere sul piano della ragion di stato, insomma per un nanismo politico che ci vede subalterni.

Le ragioni del malumore brunettiano, ma anche di molti sedicenti patrioti, non risiedono nella valutazione della qualità dell'operato francese, ma nell'incapacità italiana di battere i propri vicini sul piano del cinismo geostrategico, ed è una cosa che a me non interessa, perché sono convinto che i problemi che ci affliggono si possono risolvere veramente solo comprendendo che viviamo in un contesto strettamente interconnesso e altamente complesso, nel quale qualsiasi fregatura che rifiliamo ad altri ci ritorna indietro, amplificata e ingestibile, in una specie di effetto Larsen sociale.

Il fatto è che il modello relazionale tra nazioni in generale, e l'impianto funzionale liberista in particolare, non contemplano amicizie o fratellanza, ma solo clienti e concorrenti. La Francia è una vecchia signora, scaltra ed esperta, dotata di una classe dirigente capace e priva di scrupoli, che si muove in un club esclusivo di vecchie megere ancora più spudoratamente ciniche e spietate. Per neutralizzarne l'azione bisognerebbe essere molto più vitali e determinati di quanto la nostra deludente classe dirigente saprà mai essere, perché i nostri governanti non solo non sono in grado di fornire un'alternativa etica alla concupiscenza bottegaia dei nostri cugini, ma neanche di batterla al suo stesso gioco.


Il nostro potrebbe essere un grande paese, con una grande tradizione cui attingere, e doti nazionali di grande valore e versatilità, con una vocazione potenziale a porsi quale guida di un contesto mediterraneo alternativo all'Europa rapace a trazione franco-tedesca, se solo avesse nelle posizioni apicali persone dotate di visione e capacità strategica. Ma abbiamo solo mezze calzette che camminano con l'occhio fisso alla punta delle proprie scarpe. Grandi arraffatori di uova, totalmente noncuranti delle galline che razzolano nell'aia.

mercoledì 26 luglio 2017

Il naso turato non basta più.

Vorrei dire a tutti gli strateghi della ricostruzione della sinistra italiana, in particolare a quelli che hanno orrore dei partitini del 2-3% che uno dei massimi studiosi di politica elettorale, Walter Dean Burnham, collega l'astensionismo ad una peculiarità relativa del sistema politico, americano nel suo caso, ma facilmente trasferibile in un qualsiasi contesto occidentale, che consiste nella totale assenza di un partito di massa socialista o laburista che funga da avversario credibile nel mercato elettorale.

Ne consegue dunque che offrire un'opzione socialista non è che una parte del compito cui quegli strateghi pretendono di dedicarsi, e che è altrettanto importante conseguire una massa critica necessaria a darsi una forza contrattuale adeguata.
Per fare questo però sarebbe altrettanto fondamentale riuscire a convincere l'elettore di essere il riferimento che aspettava, affidabile, credibile e in sintonia con le rivendicazioni che il rappresentato ritiene strategiche e prioritarie.
Ma la cosiddetta offerta politica, brutta definizione non a caso mutuata dal mondo commerciale per opera degli specialisti di marketing politico, deve essere propositiva, ambiziosa magari, ma anche rigorosa e attendibile. 

Solo che non si sta certo facendo un buon lavoro continuando a parlare di organigrammi, di estenuanti campagne acquisto di dirigenti già scivolati su molte bucce di banana, quando non artefici dei disastri passati, presenti e non di rado futuri.
Farlo non serve più a nulla, come ogni giorno risulta sempre più controproducente sfiancarsi su argomentazioni politiciste fruste e squalificate.
Anche la chiamata alle armi contro la vittoria delle destre perde costantemente efficacia. Noi viviamo già in un contesto che non differisce quasi in nulla rispetto al mondo che Berlusconi aveva tentato di imporre.  Lui non vi riuscì compiutamente durante il suo regno, ma ne pose le premesse, Monti lo mise in atto e Renzi lo perfezionò.

Una vasta parte degli elettori dem dunque non collabora più al proprio martirio, ma neanche trova credibile chi si affanna a pretendere di saperne interpretare le aspettative, e di conseguenza non concede più il voto a nessuno, perché nessuno nel frantumato campo della sinistra, in questo momento, sembra in grado di captare altro che una ristretta cerchia di irriducibili osservatori di ombelichi, e dunque qualsiasi partito, di qualsivoglia temperatura socialista, non potrà che avere dimensioni miserabili e inadeguate.
Ma anche la condensazione in qualche rissosa coalizione non avrà alcuna capacità attrattiva, perché quello che manca alla sinistra è la capacità di convincere chi si è allontanato di avere un programma appetibile e la volontà di attuarlo con rigore, superando antichi vizi.

Stando le cose come stanno, e se non la smettiamo di cincischiarci con moduli politici decotti e falliti - il rilancio del centrosinistra - con personale politico che ha collaborato attivamente all'approvazione delle peggiori nefandezze neoliberiste - MDP et similia - e con improbabili mediatori che hanno come compito principale quello di assorbire tempo ed energie in discussioni inutili e dilatorie - Pisapia - la prossima tornata elettorale sarà una partita a tre fra un PD in rapido sgonfiamento, una destra magmatica, ma in ripresa ed un M5S che ancora deve dirci cosa farà da grande, ma che tra conduzioni cesariste e semplificazioni conservatrici si appronta alla definitiva svolta a destra.

L'unico modo che ha la sinistra per risorgere è quello di porsi all'ascolto di un popolo in grande sofferenza, elaborando risposte precise ad istanze che non possono che filtrare dal basso.       Magari praticare anche un po' di autocritica, e di umiltà, e ammettere senza ambasce di avere fallito.    E rendersi conto che il lavoro che ci aspetta è tanto e che non basterebbe piazzarsi onorevolmente alle prossime politiche, cosa peraltro del tutto irrealistica.



domenica 23 luglio 2017

La mappa non è il territorio.

Avevo dodici anni quando scoprii gli scacchi.  La vecchia scacchiera e la scatola dei pezzi, ambedue dozzinali e di poco prezzo, facevano parte della geografia dell'appartamento, piccolo e sovraffollato, dove viveva la mia famiglia, insieme al centrino a uncinetto sul tavolino a fianco della poltrona in tinello, alla etager piena di ninnoli di ogni tipo, orgoglio di mia madre, e la piccola raccolta di dischi, con la scacchiera utilizzata quale separatore tra i 78 giri di Beniamino Gigli, Claudio Villa ed altre ugole di pregio della canzone italiana, ed i 33 giri di musica classica editi dalla fabbri Editore e comprati ogni mese in edicola, con la scatola dei pezzi sistemata in modo che quei dischi non scivolassero sulla mensola che li ospitava.
Fino a quel momento quei due oggetti non avevano avuto alcuna importanza per me. Li vedevo ogni giorno e non mi importava nulla di loro.  Neanche mi chiedevo a cosa servissero e perché fossero lì.     Esistevano e basta, come tante altre cose.

A quei tempi, con le scuole che riaprivano il primo di ottobre, le estati di un bambino erano lunghe, e calde, e piene di giochi.   Si giocava a ondate, nel senso che i mesi estivi scorrevano scanditi dal passaggio da un gioco all'altro.  C'era il momento delle biglie, quello delle cerbottane e relative battaglie epocali a colpi di bussolotti, quello delle corse in bicicletta e via dicendo.

Ci dedicavamo preferenzialmente al gioco del momento fino ad esserne annoiati e saturi, dopo un paio di settimane, per poi passare ad altro, perché si sa, i ragazzini sono monomaniacali quando si applicano a qualcosa;  è difficile che l'oggetto del loro interesse rimanga centrale veramente a lungo nei loro pensieri, ma quando sono incuriositi ed affascinati da qualcosa la frequentano fino allo sfinimento e poi, non di rado, la gettano a lato, passando oltre e dirigendo la loro attenzione verso altro.


Quello fu l'anno nel quale, del tutto incidentalmente, fui l'agente patogeno che portò il gioco degli
scacchi nella compagnia di scavezzacollo che frequentavo, e a distanza di così tanti anni mi chiedo ancora come fu possibile che un gioco tanto cerebrale riuscisse a conquistare tutti indistintamente, e anche per un bel pezzo.
Tutto cominciò quando mia madre, dovendo pulire la nostra piccola libreria, depose davanti ai miei occhi una pila di libri, sopra alla quale ne vidi uno intitolato ABC degli scacchi, con un re ed una regina stilizzati su una porzione di scacchiera.

Cominciai a leggerlo, mi piaceva la copertina, e in breve mi ritrovai a disporre i pezzi sulla scacchiera e a provare a muoverli più o meno in accordo con quello che leggevo.    Mia madre fu un pochino perplessa, vedendomi così tranquillo, e mio padre ne fu invece compiaciuto.
Qualche giorno dopo uscii di casa con scacchiera e pezzi e trasferii ai miei compagni sia i rudimenti del gioco sia l'arcana voglia di giocarci, e ben presto molti di noi reperirono altre scacchiere, al punto che presto cominciammo ad organizzare una specie di torneo.

Fu praticamente la nostra unica attività per ben più di un mese.  Ci trovavamo la mattina ai giardinetti di Piazza Martini, nel quartiere di Porta Vittoria in una Milano che non esiste più, e giocavamo partite su partite, ovviamente di ben miserabile qualità, ma noi non lo sapevamo e ci divertivamo ugualmente.    Alcuni anziani si fermavano a guardarci, e qualcuno ci diede anche qualche dritta.

Poi la cosa si esaurì ovviamente, e passammo ad altro.  L'anno dopo non vi fu l'ondata scacchi, anche se qualcuno dei miei compagni di scorribande mantenne il contatto col gioco e, anzi, uno divenne poi uno scacchista di un certo valore.

Per parte mia, ad un certo punto mi resi conto di un curioso effetto che la pratica compulsiva del gioco ebbe su di me, quando infatti mi accorsi che concepivo ogni più piccolo movimento, sia mio che degli oggetti che maneggiavo, come se dovesse essere compiuto da un pezzo degli scacchi.  
Se a tavola uno dei miei familiari mi chiedeva di passare il sale, o il cestino del pane, io lo facevo con il movimento ad elle del cavallo, e mi ritrovavo a contare inesistenti caselle entro le quali contenere lo spostamento degli oggetti.

Non è esatto dire che la cosa mi spaventò, e certo non ero allora in grado di elaborare compiutamente il fenomeno, ma in qualche modo non mi piacque ed io non mi riaccostai più al gioco, se non sporadicamente e con una certa riluttanza.

Molti anni dopo tentai di metabolizzare quell'esperienza, e l'inquietante effetto che ebbe su di me, e giunsi a pensare che gli scacchi sono un affascinante gioco di strategia, ma che si tratta di un modello rappresentativo di attività umane il cui reale svolgimento non è confortevolmente schematico come il gioco stesso indurrebbe a pensare.

Forse la ragione per la quale mi ritrassi fu che intuii come fosse possibile perdere il contatto con una realtà abbastanza complessa da risultare talvolta incomprensibile, e come la presunzione, errata, di poter controllare quella realtà tramite una sua inadeguata rappresentazione potesse essere un grossolano peccato di presunzione, tra l'altro non privo di pericolose conseguenze.

Qualcuno potrà pensare che sto drammatizzando eccessivamente, ma io non credo che sia così.   In questi tempi grami, nei quali le magnifiche sorti e progressive non sono più così brillanti come immaginavamo, vedo molta gente rifiutarsi di esporsi alla realtà per come è, preferendo costruirsi un modello a proprio uso e consumo, solo che, come disse Korzybski, la mappa non è il territorio, e se non si è capaci di interiorizzare questo concetto noi possiamo solo soffrire per le cocenti delusioni che ci autoinfliggiamo.