lunedì 23 gennaio 2017

Il nemico del mio nemico ecc. ecc.



Alcune constatazioni:
a) Trump è il 45° Presidente degli Stati Uniti d'America;
b) non ci possiamo fare nulla;
c) la cosa ci riguarda comunque da vicino e, qui in Europa, incontra il favore sia della destra che della sinistra.

Per come la vedo io le elezioni americane hanno proposto una classica alternativa del diavolo che non metteva a confronto un meglio e un peggio, bensì due solenni fregature, una scelta poco appetitosa tra due visioni perverse dell'esercizio del potere.

Per noi europei, classici vasi di coccio tra le due superpotenze ed una Cina che si tiene in tasca gran parte del debito pubblico occidentale, si trattava di scegliere, si fa per dire, tra una calcagnata negli zebedei ed una martellata sugli incisivi.

Non saprei dire, qui ed ora, quale delle due ci è toccata, ma francamente non vedo esattamente di cosa dovremmo gioire, o per quale ragione dovremmo provare sollievo.

Posso capire, fino a un certo punto, il compiacimento della destra per la consonanza della propria matrice con la visione trumpiana, anche se si accorgeranno presto che The Donald farà pagare a noi il prezzo della sua visione di un ossimorico liberismo protezionista di stampo concettualmente ottocentesco.

Un pochetto meno giustificato mi sembra il compiacimento di una parte della sinistra.  E' pur vero che la presidenza Trump si apre all'insegna di un raffreddamento dei motivi di frizione con la Russia, ma forse si sottovaluta l'aspetto darwiniano del confronto tra due differenti visioni geostrategiche che non possono fare altro che concorrere per lo stesso osso.

Quanto poi possa giovare, nel quadro generale, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca mentre si deteriorano quelli con Pechino mi deve essere spiegato

E quanto durerà poi la sintonia tra Trump e Putin?  Il Medio Oriente smetterà di aver rilevanza strategica?    Tutti i motivi di frizione - Siria, Israele, Daesh, Turchia, Arabia Saudita, Yemen, Iraq, Iran, Afghanistan - verranno risolti e la concordia mondiale raggiunta?   Il petrolio non sarà più una risorsa da controllare?   Una portaerei russa che incrocia al largo della Libia, ricevendo uno dei pretendenti al governo di quella disgraziata nazione, peraltro non il beniamino dell'occidente, sarà ancora un fatterello da mettere a margine del più vasto discorso del passaggio di potere tra Obama e Trump?


Quanto gioverà poi alla serena convivenza la muscolarità trumpiana nei confronti della Cina?  Quali reali vantaggi potremmo ottenere dal disinnesco della situazione ucraina se poi Trump si limita a cambiare l'effige del nemico n. 1?

Alla fine di tutto mi chiedo: ma è veramente cambiato qualcosa grazie all'avvento di Trump o ci si è limitati a rimescolare il mazzo?



La poltrona dell'uomo più potente del mondo è ora occupata dalle grasse terga di un tycoon misogino e irresponsabile, xenofobo e fascistoide, ma si è fumato l'algida e orrida Hilary Rodham Clinton, quindi siamo a posto.... o no?


sabato 21 gennaio 2017

DIBATTITO s. m. [der. di dibattere]. – Discussione nella quale si contrappongono e valutano idee e opinioni diverse in merito a determinati argomenti.

La funzione onthisday di Facebook, quella che giornalmente ripropone i post originati negli anni precedenti in una certa data, è spesso interessante poiché consente di recuperare elementi di valutazione, anche antropologici, che circostanziano processi e percorsi i quali, visti in prospettiva, acquistano maggiore evidenza.

Oggi, in particolare, mi è stato riproposto un post di tre anni fa, dunque del 21 gennaio 2014, nel quale, dopo aver occasionalmente seguito un talk show tipicamente addomesticato, commentavo le uscite di una allora emergente Maria Elena Boschi, la quale soavemente sosteneva la necessità parlare con Forza Italia e dunque con Berlusconi, in questo spalleggiata da quel filone privo di vergogna di Casini.

Si era in piena creatività giustificatoria del nefando Patto del Nazareno, stretto solo quattro giorni prima, che predisponeva tutti i punti qualificanti della successiva strategia renziana di ridisegno istituzionale, quella poi fortunatamente bocciata sonoramente dall'esito della consultazione referendaria del 5 dicembre 2016.

Una delle considerazioni che svolgevo verteva sulla circostanza che il pregiudicato Berlusconi, in quanto tale, non avrebbe dovuto poter rappresentare nessuno.
Procedevo poi, piuttosto ingenuamente, ad argomentare che se l'esponente è indegno il problema è del partito a cui appartiene e che dunque non sarebbe toccato a noi (allora, che dio mi perdoni, consideravo ancora il PD un riferimento) doverlo risolvere, e che qualsiasi pregiudicato, con pena ancora da scontare, non potrebbe fare altro che saldare il proprio debito con la società.

Tra i molti commenti più o meno concordi con la mia opinione, ad un certo punto emerse questa vagamente disgustata e retoricissima domanda digitata da un mio contatto già segnalatosi per la sua osservanza renziana:

"Scusate ma tra i vostri commenti non trovo spazio per i dubbi... Solo certezze???"

Un esempio lampante di fasulla ragionevolezza e di paternalistica assertività, un espediente dialettico portato alla perfezione dalle pratiche manipolatorie berlusconiane, non a caso acquisite senza variazioni dal renzismo. 

L'essenza di quella domanda, posta in quei termini e circostanze, dietro ad un'apparente bonomia di stampo quasi pedagogico cela una chiusura aprioristica, una presunzione di ragione assoluta, lampante al punto di non necessitare di alcuna verifica, il che non è male dopo aver stigmatizzato le altrui certezze.

Abbastanza indispettito chiesi a mia volta cosa significasse quel richiamo strumentale al dubbio, per quale ragione dovessi vergognarmi per l'esito delle mie valutazioni e se avesse la minima idea del processo che me le aveva suggerite.

Gli chiesi anche per quale ragione ritenesse che non avessi sperimentato dubbi e di conseguenza preso decisioni ponderate e nella speranza di non sbagliarmi troppo.
Ma, soprattutto e alla fine di tutto, per quale motivo avrei dovuto dolermi per le mie certezze, e per quale accidenti di ragione avrei dovuto metterle in secondo piano, dato che le motivavo ed ero disposto a ridiscuterle in ogni momento?

La ancor più condiscendente risposta fu che avrei dovuto solo consentirgli 
"la facoltà di dubitare delle altrui certezze" altrimenti non sarei stato certo migliore di chi criticavo con tanto livore (termine assai utilizzato da Renzi, guarda caso), passando poi a salutarmi con un ancor più smaccata e indimostrata professione di superiorità morale, sostanziata in un olimpico  "Un abbraccio... con estremo rispetto per le altrui idee".

E con questo ero a posto evidentemente, e senza uno straccio di argomentazione a supporto, dato che ho dovuto accontentarmi del suo implicito disprezzo per le mie supposte intemperanze.

Ecco, in un'epoca nella quale gli epiteti di gufo e rosicone assumono la dignità di categoria politica, e l'elaborazione dialettica viene considerata un'inutile perdita di tempo, non posso certo stupirmi se l'esercizio della libertà di parola e di opinione diventa offesa e maleducazione.
Il fatto è che nessuno dovrebbe farsi carico del desiderio altrui a non essere contraddetto, per cui rivendico la facoltà di nutrire convinzioni e il diritto di esternarle, motivando e rimanendo nei limiti di un civile confronto naturalmente.

Quelle che il mio sussiegoso critico definì certezze erano, in realtà, opinioni, cui ciascuno ha diritto. Le sue opinioni, che potei solo intuire dato che non vennero realmente esplicitate, non mi minacciarono, anche se mi indispettì la sua supponenza.   Le mie invece lo angustiarono, ma non furono una prevaricazione, e soprattutto non un mio problema.



Un vecchio uomo di destra, Indro Montanelli, nel '94 disse che:

 “l’Italia di Berlusconi finirà male, malissimo, nella vergogna e nella corruzione. E sarà stato inutile avere ragione”. 

La dialettica mutuata dalle invenzioni retoriche da corso motivazionale, ad uso e consumo dei rampanti funzionari delle imprese del terziario avanzato, fu alla base del successo dell'originario partito di plastica inventato da Berlusconi, che infatti lo fece germinare dalla macchina organizzativa delle sue aziende, ed è stata acquisita con grande disinvoltura da Renzi, l'erede morale del Cavaliere.

Quel modo di affermare senza dimostrare ha fatto scuola divenendo stabilmente cifra di ciò che viene proditoriamente definito dibattito

lunedì 19 dicembre 2016

Quanta forza può avere, in realtà, un cuore che si è smarrito? (Haruki Murakami)

Leggo sul sito di ADNKronos un breve articolo, contenente la seguente incontrovertibile dichiarazione, rilasciata da Gentiloni, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio Europeo;
"non ho nessunissima intenzione di cambiare linea su articolo 18 e Jobs Act. tutto è perfettibile, ma ritengo che la riforma del lavoro fatta sia uno dei risultati da difendere".
In questa dichiarazione sta interamente la cifra di ciò che rappresenta il PD effettivamente, ovvero il punto di arrivo di un processo a dir poco teratogeno, un percorso che pone quella formazione, definitivamente, di diritto e con un tasso di ambiguità prossimo allo zero, nella famiglia già abbastanza ampia del nemico di classe dei lavoratori.
Io mi chiedo cosa aspettino ancora certi fautori del dialogo a sinistra, a prendere atto di questa realtà, evidente e abbacinante, e a farne discendere le ovvie conseguenze.
Il problema è che questa ovvietà è oscurata da un fatto ancor più palese, ovvero che la sinistra è in piena crisi propositiva, non ha una strategia propria ed evidenzia pochissima autonomia, tanto è vero che, come è sotto gli occhi di tutti, vi sono ampi settori che ancora fanno i conti col PD, chiedendosi se è il caso di eleggerlo ad interlocutore preferenziale ai vari livelli, locale o nazionale. In alternativa vi è anche chi ritiene di avere una soluzione pret a porter già fruibile e di successo, quel M5S arrembante che raccoglie a piene mani il malcontento, senza discriminare troppo tra famiglie politiche dichiarate superate e grottesche, d'ufficio e senza indulgere in spiegazioni verosimili. I fautori di questo orientamento ritengono conveniente aprire ad un dialogo con una forza che del suo isolazionismo ne ha fatto marchio qualificante e pratica inaggirabile. Altri ancora invece, rotto ogni indugio, sono confluiti convintamente nell'universo pentastellato senza più guardarsi indietro. In mezzo sta un esercito non troppo ben individuato, soprattutto numericamente, che non può identificarsi con questi due estremi, e che viene da questi dileggiato e criticato aspramente. Al momento questi orfani guardano con qualche aspettativa, smorta e disincantata, al processo costitutivo di Sinistra Italiana, che naturalmente si dibatte tra i due estremi di cui sopra. L'aspettativa verte principalmente sulla cessazione di un tragico politicismo, che ha portato la sinistra alla catatonia attuale, in favore di una pratica che cessi le visioni verticistiche e miri, piuttosto, al radicamento in una base inascoltata, delegando a questa l'individuazione del personale politico. Un'aspettativa che, al momento, non sembra goda di grande ascolto. La sinistra pare dunque non risolversi tra il reggere la coda ai nuovi servi del capitale, da una parte, e il corteggiare con miserabile invidia, e per motivi di spregevole interesse, i fasti, provvisori per perseguita indeterminatezza, dei sanculotti 2.0 pentastellati. La prima pulsione, quella in favore del PD, è a dir poco autolesionistica e denuncia lo stato di fatale debolezza di una sinistra evirata, però io credo che anche rivolgersi verso M5S, con intenti variamente tattici o strategici, essenzialmente per fare il mazzo al PD, sia un sintomo della stessa, identica malattia. Rivolgersi a forze che ci sono estranee, senza un progetto vitale, significa solo farsi assimilare. Il PD é un partito che difende valori e soluzioni liberiste, ormai irrecuperabile alle ragioni socialiste, mentre M5S é una formazione che raccoglie il malcontento, senza discriminare e con bocca buona, e si guarda bene dal delineare, anche a grandi linee, strategie d'intervento che non siano risparmi sulla cosa pubblica. Noi non sappiamo nulla di cosa vogliono fare per il lavoro, l'istruzione, la sanità e l'immigrazione, salvo generiche affermazioni che fanno chic e non impegnano, per tenere insieme il diavolo e l'acqua santa. Quando, mesi fa, provarono a entrare nel merito del problema immigrazione, si accorsero di essere seduti su di un petardo, scoprendo che la voce più grossa ce l'avevano i loro elettori di matrice destrorsa (perché ovviamente il superamento dei concetti di destra e sinistra è una corbelleria assoluta), mentre i simpatizzanti provenienti dall'altro versante non intendevano mollare su principi che costituivano il fondamento morale del loro pensiero, ragione per la quale la comunicazione pentastellata fece un veloce dietrofront, optando per enunciazioni piuttosto vaghe e spiccatamente amministrative.
Da allora su quello, e su molti altri argomenti strategici, stanno bene attenti a non entrare nel dettaglio, contando di risolvere quando avranno il 51% dei consensi elettorali, dimostrando con questo la loro natura peronista. La sinistra non sta bene, ed è un fatto, ma non è guardando al suo esterno che migliorerà.

venerdì 18 novembre 2016

Dio è l’unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere. (Charles Baudelaire),

Facebook ha una funzione interessante che, giornalmente, ripropone gli interventi che il detentore di un account ha postato negli anni precedenti alla stessa data della sua consultazione.

Oggi mi compare la condivisione, avvenuta il 18 novembre del 2014, di questo articolo, nel quale Zichichi rintuzzava, con un'assertività invero poco scientifica, la di poco precedente dichiarazione di Umberto Veronesi circa l'inesistenza di un'entità divina.
Quel post diede luogo, come logico, ad una discussione abbastanza infervorata, anche se piuttosto prevedibile nei contenuti e nelle implicazioni.
Non si concluse nulla, ovviamente, ma rileggere gli interventi mi ha fatto venir voglia di puntualizzare alcune cose.

Io non sono un credente e, in quanto tale, non posso credere in un dio, ma neanche nella sua inesistenza, in quanto ciascuna delle due opzioni richiede una dimensione fideistica, pro o contro, per la quale non esistono presupposti che non siano teorici, indimostrabili e grottescamente apodittici.   Zichichi, devo dire senza particolare originalità, rintraccia nella perfetta giustapposizione di ogni cosa la dimostrazione evidente dell'esistenza di un architetto, anzi, dell'architetto per eccellenza.

Il fatto è che 0,000000000000001 secondi dopo il BigBang il caos era assoluto e niente era organizzato. Virtualmente qualsiasi seguito sarebbe stato possibile. Poi, pian piano, le infinite cose di un infinito universo si sono sistemate nell'unico modo possibile, creando un assetto che, a posteriori sembra miracoloso. 
Si tratta di un effetto che Richard Feynman. premio Nobel per la Fisica, sardonicamente commentava nelle sue conferenze dicendo: "stasera, venendo qui, ho visto una macchina targata AZ 004 YZ. Ma ci pensate? Tra milioni di targhe possibili ho visto proprio quella. È meraviglioso".
Magari un Creatore esiste, ma non è l'unica possibilità, con buona pace di Zichichi.


Un mio caro amico, credente, ma devoto anche alla scienza e appassionato cultore delle frontiere della fisica quantistica, intervenne con un'affermazione che, a mio avviso, riflette abbastanza bene l'accomodamento che è riuscito a realizzare tra queste due posizioni e mi rispose che 

"Difatti l'altra [possibilità] è un'Universo Auto-Creante, il che equivale logicamente a divinizzare l'Universo"
Il fatto è però che se se divinizzi qualcosa non lo rendi per questo vero, ma decidi di attribuirgli una qualità, ed è una cosa molto diversa. Se pensi che la semplice volitività possa creare oggettività non fai altro che sollevarti tirandoti per le stringhe delle scarpe.
Sono agnostico, come ho subito chiarito, e dunque non mi interessa "dimostrare" che Dio non esiste. Non lo so e non lo posso sapere. Tutto quello che posso pensare è che l'ipotesi divina non è strettamente indispensabile. 

Un altra cosa che penso è che il mio agnosticismo non ha bisogno di essere avallato da conferme esterne. Sono fermamente convinto della mia incertezza e le certezze altrui non mi minacciano in alcun modo, fino a quando non vogliono decidere per me. 

Veronesi maturò una convinzione, compiendo un percorso esistenziale che oggi si è concluso tra l'altro.     Zichichi lo contesta opponendogli la fede e dando per oggettiva una sua considerazione, sostanzialmente definita autoevidente
Zichichi è uno scienziato, dovrebbe sapere che quell'evidenza è in realtà un'ipotesi, e che dunque la sua verità è più propriamente una teoria.


Anche Zichichi compie un percorso esistenziale e regola i conti con sé stesso.  Quello che mi disturba è il vizio di gerarchizzare le convinzioni mettendo la propria nell'unica casella disponibile di autenticità, relegando le altre nel regno dell'errore e della falsità. È evidente che Dio non può esistere solo un po', è o non è, ma la cosa non è dimostrabile e la validità di una convinzione può essere solo un fatto strettamente personale.


Un altro interlocutore intervenne ponendomi la domanda fatale, ovvero: "ma dov'è la logica che regge il mondo?"  Una domanda che non mi è mai parsa così definitiva come sembrano pensare i credenti, che invariabilmente la pongono, il mondo, infatti, non mi sembra poi sempre così miracolosamente logico.

Guarda, dice il credente, l'acqua scorre verso il basso. È miracoloso. Se non lo facesse il mondo, così come lo conosciamo, non potrebbe esistere. Poi, ogni tanto, quell'acqua fa altro e il miracolo diventa un incubo. Le ragioni per le quali le due cose avvengono si dipanano su una linea infinita di ragioni concatenate che si allontanano dal vissuto quotidiano e dalle dimensioni macro, divenendo nel frattempo sempre più "esotiche" fino a sfumare nella nostra ignoranza.

Ma non riusciamo a dire semplicemente che non sappiamo, non tolleriamo di non avere una ragione che ci giustifichi e allora ci creiamo una certezza indimostrata e indimostrabile, a meno che non si ritenga valida la prova circostanziale suggerita con la domanda circa la logicità del mondo.

Il mondo è logico? Si , lo è, ma non nel senso che sottintende quella domanda. È logico anche nelle incongruenze che non comprendiamo e in fondo quello che succede avviene perché non può essere diversamente e noi esistiamo quale logica, ma per quanto ne sappiamo incidentale, conseguenza. O forse no. Chi lo sa veramente?


Come si fa a credere che Dio esiste? E come si fa a credere che non esiste? Sia il credente che il non credente sono due presuntuosi. Non a caso presumono.
Luciano De Crescenzo, I pensieri di Bellavista, 2005

giovedì 10 novembre 2016

Elezioni USA, un reality di scarsa qualità.







Una mia amica, Lela Dall'acqua, condivide su Facebook questo interessante istogramma e mai come in questo caso sono portato a pensare che un'immagine vale più di cento parole.

Lei commenta, asciuttamente e con britannico understatement: "doverosa una piccola ulteriore riflessione".
Io ne farei perlomeno due, e non tanto piccole.

Risulta innanzitutto evidente che mentre la frazione repubblicana rimane sempre più o meno della stessa consistenza, quella democratica sembra mobilitarsi quando il candidato appare in grado di alimentare una visione strategica e di largo respiro (come il primo Obama nel 2008), salvo poi allontanarsi progressivamente (secondo mandato nel 2012) quando l'eletto disattende malamente le aspettative, per poi giungere al minimo quando a quel presidente si fa seguire un candidato amorfo e per di più organico allo stesso establishment che ha fatto strame dei progetti di vita e delle aspettative dei delusi.

In questo senso mi sembra che la maggior responsabilità per la debacle democratica non vada imputata alla pur "antipatica" Hillary Clinton, ma piuttosto a Barak Obama, il detentore di un Nobel per la Pace, sulla fiducia e decisamente precipitoso, timido nel suo primo mandato e inconcludente, salvo purtroppo sul versante della politica - guerreggiata - estera, nel secondo.
E anche lo stato maggiore del Partito Democratico, con la sua asfittica capacità progettuale e i miserabili, ed errati, conti della serva elettorali porta una rilevante quota di responsabilità nella sconfitta.

Tutti si affannano a rivendicare a Trump una maggiore consonanza con il sentiment dell'americano medio, ma alla luce di questo diagramma non sembra essere quella la ragione del suo successo, mentre lo è la disaffezione dem, dato che solo l'assenza di una fetta impressionante di elettori progressisti ha consentito al tycoon di prevalere rimanendo il suo partito esattamente dove è sempre stato, perlomeno negli ultimi otto anni.

E qui scatta la mia seconda considerazione, che ha a che fare con le pecche della capacità rappresentativa effettiva dei sistemi bipolari e maggioritari. Una percentuale assai importante, risolutiva come si è visto, non ha riscontrato in nessuno dei due candidati elementi in grado di rappresentarne istanze e aspettative, risultando in tutta evidenza le due offerte virtualmente indistinguibili e sovrapponibili in più di un elemento. Si può discutere sulla congruità di questa sensazione, concordando o meno, ma sta di fatto che era presente e che ha agito in modo determinante.

Quale corollario a questa considerazione mi sembra che vada esaminata, e messa severamente in discussione, anche la capacità effettiva del sistema delle primarie di rappresentare l'elettorato e non, come sembra invece evidente, gruppi d'interesse organizzati e la sudditanza a questi degli apparati di partito.

Mi sembra del tutto evidente, a questo punto e a dispetto di tutti i semplificatori e fluidificatori, nostrani e non, dei processi di definizione politica che gli impianti maggioritari e bipolari risultano grossolani e inadeguati, atti più a rappresentare interessi organizzati ed economici che le effettive aspirazioni di un elettorato che dovrebbe essere rappresentato il più fedelmente possibile.
L'individuazione del 45° Presidente degli Stati Uniti d'America ha avuto un esito clamoroso, ma mi sembra di poter dire che sia il frutto di un processo impreciso, deludente e incapace di rappresentare integralmente la realtà sottostante. I suoi possibili esiti, precipitati poi nella proclamazione di un personaggio ampiamente criticabile, sarebbero stati in ogni caso una soluzione altamente opinabile, perché in fondo il processo non ha elaborato e distillato il meglio dalla società che dovrebbe rappresentare, ma solo un compromesso al ribasso, frutto più che altro di reciproche interdizioni e risentimenti, non importa quanto giustificati, il tutto subalterno alla definizione di rapporti di forza tra giganteschi interessi economici che vedono nell'elettorato solo una casella da spuntare e un elemento da manipolare.

La cosa ci riguarda? Certo che si. In fondo siamo tutti membri senza diritto di voto dell'impero statunitense e, da quando ho memoria, non si muove foglia che Zio Sam non voglia. Ma ci riguarda anche per le implicazioni di una pulsione arrembante all'instaurazione di una democrazia decidente, che ai riti nordamericani si ispira, e che vorrebbe anche qui semplificare e fluidificare.

Il concetto di democrazia decidente è un boccone avvelenato, e vanta sostenitori assai imbarazzanti (Berlusconi e Craxi, per dire). E' anche un concetto che ha a che fare molto con i rapporti di forza in un dato momento, e pochissimo con la sostanza della democrazia. Le dittature sono il tempio della modalità decidente, e sono anche costose, inefficienti e dolorose. Un pensierino per il giorno 4 dicembre 2016.

martedì 8 novembre 2016

La magia della "prestidirimiridigitazione" (Silvano, il mago di Milano)








La frequentazione dei social ti porta anche all'esposizione a testate giornalistiche che non degneresti mai di uno sguardo, conoscendone la propensione al fiancheggiamento acritico di tesi ai tuoi occhi squalificate e assai opinabili.

Ognuno ha le sue bestie nere, e per me quelle testate fanno parte della galassia informativa (sic!) berlusconiana, nella quale Libero si segnala per accentuata carenza di credibilità.


Ci sono però argomenti che raccolgono favori curiosamente trasversali, come il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo venturo, e l'euroscetticismo, di fronte ai quali la bocca si fa buona e allora si utilizza tutto quello che ti capita sottomano.

Così, un bel giorno, accedi a Facebook e mentre occhieggi in una pagina di persone che fanno riferimento a Sinistra Italiana, ti ritrovi a leggere questo articolo e l'entusiastica adesione del condividente, che con i componenti della redazione, in condizioni normali, potrebbe al massimo scambiarsi schiaffoni e insulti.

L'articolo riporta un'intervista all'avvocato Giuseppe Palma nel corso della quale sciorina le sue più che opinabili opinioni su quanto sarebbe semplice, veloce e conveniente uscire dall'Euro, fino a prodursi in questa straordinaria, e irresponsabile, affermazione:



"Una via d’uscita tuttavia esiste. È un’uscita d’emergenza. Il piano proposto da Palma è semplice e veloce: l’emanazione da parte del Governo di un decreto legge a mercati chiusi, il venerdì sera. Tale decreto, convertito in legge entro una settimana, dovrebbe prevedere l’uscita dalla moneta unica, la conversione nuova Lira/Euro in un rapporto 1:1, cioè 1 «nuova lira» varrebbe 1 euro, nonché la conversione del debito pubblico in nuova moneta nazionale."


È precisamente questa stupefacente superficialità a rendere poco credibile il campo dell'eruroscetticismo.
Tutto qui? Basterebbe veramente un colpo di mano la notte di un venerdì di un fatale week end?

E immagino che questo tasso di cambio 1:1 dovrebbe poi resistere indomito alle normali fluttuazioni del mercato valutario ed alla inevitabile tempesta che ne seguirà, vero? 

E anche il fatto che noi si sia un'economia, in profonda crisi, basata su trasformazione e terziario, con assoluta mancanza di materie prime e fonti energetiche, che dobbiamo procacciarci pagando in valuta forte, pare venga ritenuto un dettaglio in fondo secondario, mentre degli speculatori, con le loro leve finanziarie e la capacità di lucrare soprattutto dalla destabilizzazione degli assetti altrui, possiamo a quanto pare farcene un baffo.

Come possiamo felicemente non tener conto del fatto che la regia teutonica di questa Europa non potrebbe consentire, senza reazioni sanguinose, il fatto che un terzo dell'economia comunitaria (perché siamo tuttora un pezzo molto importante del costrutto europeo) se ne andasse allegramente.

Che idioti che siamo a subire in questo modo, quando sarebbe tutto così semplice, e che imbecilli i greci, gli spagnoli, i portoghesi, gli irlandesi, e via elencando, a dormire in piedi in questo modo.

Ma questo articolo conforta la convinzione, un bel po' meccanica e direi poco informata, di molti compagni, ai quali consiglierei la lettura di questo altro articolo, stavolta del Manifesto, soprattutto se sono anche lavoratori dipendenti, o quello che ora passa come tale, e ancor più se pensionati, come il sottoscritto.


Uscire dall'Euro si potrebbe anche fare, ma con un processo abbastanza articolato e complesso che, tra l'altro, prevederebbe l'instaurazione di una proto-divisa collaterale, come i certificati di credito fiscali illustrati in uno studio edito da MicroMega circa un anno fa, così da creare i presupposti economici in grado di essere rappresentati dal successore dell'Euro, una cosa che ci vedrebbe comunque sottoposti ad attacchi furiosi non solo dei fautori di questa Europa, ma anche degli speculatori che sono straordinariamente di bocca buona e colpiscono sempre dove fa più male.

Noi stiamo soffrendo non per l'Euro, che è uno strumento, ma per le logiche che lo utilizzano. Può sembrare un distinguo ozioso, ma non è così. E' come prendersela col randello e non con l'energumeno che te lo cala sulla testa.

Mi sembra assodato che l'Europa sia una camicia di forza asservita alle esigenze di un concerto turboliberista, e che sia necessario o rifondarne integralmente i principi funzionali, oppure concertare una separazione consensuale che però, per non risultare follemente autolesionistica, deve essere fatta con rapporti di forza non conseguibili da una sola entità nazionale.

Io propendo più per la prima opzione che per la seconda, e comunque anche la seconda dovrebbe configurarsi come un prerequisito funzionale a patti costitutivi di una diversa alleanza.
Mi sembra infatti abbastanza autolesionistico presentarsi soli ed isolati su di un palco già occupato da giganti come USA, Cina, India e Russia, soprattutto se non hai beni e servizi su base esclusiva o con forza economica cospicua.

Queste mie valutazioni, che ho espresso nel thread apertosi in calce alla condivisione dell'articolo, naturalmente, mi hanno già esposto, mentre scrivo, alla considerazione che mi qualificherebbe come digiuno di "economia e strategia politica" (sempre meglio sottovalutare l'interlocutore senza sostanziare la critica) il che è già un gradito cambiamento rispetto a quella canonica, espressami in altre occasioni, da parte di compagni che hanno preferito accusarmi di essere in odore di contiguità piddina, accusa che mi infastidisce assai per strumentalità e palese inconsistenza, facilmente riscontrabile da mie pregresse prese di posizione.
  
Potrei rimproverare loro prossimità, altrettanto imbarazzanti, con le posizioni leghiste, per tacere della fonte sulla quale ci stiamo accapigliando, ma mi ripugna scendere così in basso.

Ci sarebbe da entrare nel merito.  Magari un'altra volta eh?



domenica 30 ottobre 2016

Mi permetta, io sarei contrario

Ieri, vedendo la foto nella quale Cuperlo si fa un selfie con la ministro Boschi, non ho potuto fare a meno di commentare su FB, molto brevemente e con sarcasmo, la valenza della sua opposizione in seno al PD – nulla – e la sua oggettiva ipocrisia.



Sono stato, ovviamente, criticato da miei contatti pro-PD che mi hanno ritenuto troppo severo.
Uno di questi è un vecchio amico ed ex collega che vive da molto tempo all'estero, circostanza che io credo sia alla base della sua benevolenza nei confronti di Renzi e del PD, insieme ad una sua antica propensione per la discussione, vissuta come piacere in sé.

Probabilmente incide molto anche la contemplazione del disastro costituito dalla presidenza Hollande, il mio amico vive in Francia, che quasi riesce ad accreditare il nostro Matteo quale persona seria, asservito ad interessi liberisti sovranazionali, furbo, manipolatore, ma certo non altrettanto ridicolo.


Credo che stavolta il mio amico, che negli ultimi mesi ha spesso cercato di “farmi ragionare”, abbia perso un po' la pazienza e, prendendo d'aceto, mi ha replicato come segue:
“La vera questione è che tu pensi che il PD abbia obiettivamente abbandonato nel suo complesso il campo progressista o se non lo pensi lo lasci trasparire. Se ciò fosse vero il destino dell'Italia sarebbe tragico e quando dico Italia lo dico lato sensu.

Un'altra cosa che non capisco è quale progetto o visione tu abbia dell'evolversi del quadro italiano. In effetti, se il PD è irrecuperabile non capisco nemmeno perché ti affanni tanto a parlare di politica”.



Un pochetto aggressivo, anche se nei limiti della sua proverbiale affabilità, ed anche un classico della risibile giustificazione basata sul “perlomeno noi facciamo qualcosa” ed altre insoddisfacenti declinazioni su questa modulate.


In effetti ai miei occhi il PD è effettivamente irrecuperabile, ma non per questo rinuncio a parlare di politica perché, fortunatamente, esiste un mondo anche al di fuori di quel partito.
Non che io debba giustificarmi naturalmente, ma parlo di politica perché, come diceva il dimenticato Aun San, padre della più nota Aun San Suu Kyi, tu puoi anche disinteressarti della politica, ma la politica si interesserà sempre di te.

Dunque non vi rinuncio perché le carni con le quali banchettano sono anche le mie e non è proprio il caso di smettere di fare resistenza quando cercano di fotterti.


Quale progetto? Un progetto minimo: non favorire la nostra macellazione.

Una visione? Ricreare le condizioni per le quali sia possibile pensionare il pensiero unico e ricostruire un'opposizione che non si limiti a lucrare, come M5S, sulle nefandezze dell'antagonista. 
Ricostruire un'opposizione vitale, ovvero una delle indispensabili gambe di un quadro democratico, con aspirazioni di governo e che sia avversa all'imperante visione turboliberista.


Come sarà possibile farlo? Beh intanto piantandola di accreditare la sponda dem di estremamente improbabili capacità di recupero in senso anche solo pallidamente socialdemocratico, per esempio.



Mi viene spesso in mente un parallelo col ghetto di Varsavia, quando contemplo i Cuperlo, i Damiano ed altri sedicenti "frondisti" in sedicesimo. Mi vengono in mente i componenti dello Jüdenrat e la loro oggettiva, ma non equidistante, opera di raccordo tra vittime e carnefici.