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lunedì 6 giugno 2016

Rappresentanza e credibilità




6 giugno 2016, the day after di un primo turno di elezioni amministrative che si caricano di pesanti implicazioni nazionali, piaccia o meno a chi ne emerge ben bastonato.


Il PD barcolla ovunque, il centrodestra sperimenta risultati contrastanti a seconda della capacità locale delle varie componenti di aggregarsi, e M5S coglie un successo propiziato prima di tutto dall'indegnità della concorrenza.

Ovvio che non sono nessuno  e che non posso vantare competenze specifiche, ma mi sembra di poter cogliere un elemento che si ripresenta puntuale ad ogni appuntamento elettorale dei vari gradi, e questo elemento, detto fuori dai denti , è che la sinistra - in senso lato -  non è  in grado di risultare rappresentativa.

Il popolo di sinistra o non si esprime, alimentando l'astensione, o si tura il naso e vota gli orrendi candidati piddini per non consegnare la città/regione/nazione ad una destra che è  solo più  esplicita di quella che finiscono col favorire, oppure si butta sul populismo sanculottardo pentastellato, soddisfacendo il bisogno di denuncia e le ansie punitive che coltiva nell'animo.       In assenza di una proposta nella quale potersi identificare, insomma, si attuano tristissimi piani B senza prospettive ed autonomia.

I risultati di queste amministrative non possono certo coglierci di sorpresa.  Tutto sta andando come doveva andare e la sinistra-sinistra si attesta sui risultati identitari che era lecito aspettarsi. 


Come, del resto, avrebbe potuto essere diversamente?    La sinistra è scompaginata e scollata da vaste masse di popolazione prive di rappresentanza che non sanno più a chi rivolgersi e che diffidano di tutto e tutti. 

Prima di poter cogliere risultati significativi è necessario ricostruire tutto da capo, linea, programma e proposta, ma se questo non verrà fatto abbandonando vecchi sentieri verticistici, nonché tassi di litigiosità autoreferenziali degni di una disputa talmudica, credo che rimarremo al palo fino al compimento finale della deriva populistico-autoritaria impostaci da EU e troika, con conseguente disastro democratico.

Io non so dire se un processo di formazione di una sinistra credibile e rappresentativa sia effettivamente iniziato e, se del caso, quali prospettive reali abbia di fronte.


Alcuni segnali in tal senso vi sono, ma convivono coi peggiori vizi che hanno storicamente depresso la qualità dell'offerta politica.

Devo anche però notare una cosa.  Se non sarà il popolo stesso di sinistra a darsi una mossa, a pretendere di avocare a sé la responsabilità del processo di ricostruzione della propria rappresentanza politica, il campo verrà fatalmente lasciato ai tristi burocrati che hanno già dato prova di capacità miserevoli.

Quindi animo.  Dipende da noi, come sempre del resto.

mercoledì 1 giugno 2016

Ascolto e indottrinamento.

Facebook, come noto a chi ne è frequentatore, ripropone ogni giorno agli utenti una collezione di post da questi originati nella stessa giornata degli anni precedenti.

E' una iniziativa interessante e consente di apprezzare alcune dinamiche e processi di maturazione di pensieri e valutazioni, nonché di vedere convalidate, oppure platealmente smentite, alcune previsioni a suo tempo espresse.

Non sempre, naturalmente, è possibile rilevare progressi, ma oso dire che anche gli arretramenti e gli oggettivi peggioramenti personali e di altri soggetti possono fornire preziosi spunti di riflessione.

E' questo il caso in particolare di post, prodotti da un gruppo politico col quale collaboravo e da cui sono ora fuoriuscito, che condividevo con entusiasmo sul mio profilo.

Rivedendo quei post, che condividevo solo un anno fa, rilevo una freschezza che ora mi sembra dispersa.     
Un tempo la coralità dei contributi era veramente estesa e il tono degli interventi assai dialettico, propositivo e volto a stimolare riflessione e dibattito.

Oggi la platea degli autori è singolarmente compressa e in luogo di stimoli dialettici talvolta arditi, trovo la reiterazione di slogan tambureggianti, ove il servizio reso non è rivolto alla crescita ed al coinvolgimento dei simpatizzanti, ma alla consonanza con un agire politico tra l'altro per il momento ancora assai ipotetico.

E' ovvio che per poter incidere su di una realtà politica sono indispensabili focalizzazione ed unità d'intenti, e che dunque non si possono accettare tassi di litigiosità ed individualismo troppo spinti, ma non è sano neanche adottare schematismi troppo rigidi e unanimismi dal sapore antico, tra l'altro storicamente screditati.

Un anno fa il numero di persone che si produceva in commenti, tesi e proposte era veramente rilevante; oggi di molte di quelle persone non so più niente e gli interventi, quando non anonimi, ruotano su di un numero veramente ridotto di autori, sono stucchevolmente propagandistici, talvolta con pistolotti enfatici realmente imbarazzanti e con tracce sempre più frequenti della letale malattia storica del culto della personalità.

I post, tra l'altro spesso anonimi e ridondanti, la cui frequenza ormai parossistica è inversamente proporzionale al numero di autori, ricevono sempre minori commenti, ed i pochi reperibili sono plaudenti e stringati, trattati da pronte repliche torrenziali ufficiali, volte a rinsaldare il concetto espresso.

Quando capita, sempre più raramente peraltro, che vi siano manifestazioni anche solo di semplice perplessità entra in azione uno dei sistemi più soffocanti di controllo del consenso, quello del branco di lupi, di cui sono anche stato vittima e al quale, ahimè e seppure con crescente disagio, ho purtroppo partecipato quando ero un "astro nascente", cosa di cui mi pento amaramente.

La voce difforme viene immediatamente trattata mediante un attacco concentrico basato su argomentazioni apparentemente dialettiche, ma in realtà assertive e costruite su presupposti dati, erroneamente, per acquisiti e convalidati, ma non mancano neanche accuse di personalismo e pesanti ipoteche di natura personale, tese ovviamente a squalificare moralmente il malcapitato.

Io credo che esistano i provocatori, che il loro agire sia insidioso e che dunque sia necessaria una strategia efficace che possa contenere i danni che potrebbero causare, ma tra i provocatori e i portatori di istanze variamente distoniche esistono importanti differenze.

Se i primi sono distruttivi e vanno neutralizzati, i secondi sono necessari e contribuiscono a mantenere vivo, fecondo e coinvolgente il dibattito.   E' ovvio che la loro inclusione porta ad un faticoso compito di gestione, elaborazione e sintesi degli stimoli dialettici, ma se nel tuo statuto è scritto che linea ed iniziativa provengono dal basso e che il gruppo dirigente dovrebbe essere più che altro un gruppo coordinante, ebbene quella fatica dovrebbe essere tra le tue più importanti priorità.

Sento però di poter dire, e naturalmente è il parere di uno che si è dimesso appena prima che fosse possibile estrometterlo, che le priorità sono affatto diverse e che la qualità del dibattito, la convenzionalità della comunicazione politica e la continua e silenziosa emorragia di simpatizzanti, per il momento abbastanza compensata dall'afflusso di carne fresca, stiano a dimostrare la scarsa vitalità di una creatura che ancora deve uscire dalla sua infanzia.

Di chi sto parlando?  Potrei fare nomi e cognomi, ma non avrebbe alcuna importanza perché la malattia che sto stigmatizzando, ovvero l'autoreferenzialità di chi non ha il coraggio di confrontarsi fino in fondo con la gente che pretende di arruolare o rappresentare, è purtroppo assai comune, e lo stato comatoso della sinistra nel nostro paese, sta a dimostrarlo.

Tutti dicono di voler raccogliere le istanze di chi soffre e geme sotto il pesante tallone della crisi, ma quella gente ha maturato convinzioni talvolta impegnative da gestire, e molta fatica e momenti di grande imbarazzo attendono chi dovesse assumersi realmente quella responsabilità, ragion per cui, che io sappia, nessuno lo sta facendo realmente.

Chi è con l'acqua alla gola può facilmente maturare prese di posizione imbarazzanti, ma è solo entrando nel merito, con fatica e qualche rischio, che puoi favorire una composizione – e talvolta apprendere qualche lezione – mentre se gli dai semplicemente del coglione e del traditore lo perdi e, spesso, lo spingi tra le braccia dei tuoi antagonisti.

Se poi attui lo stesso schema anche con chi ha maturato di suo una certa esperienza e consapevolezza politica, allora diventi, sic et simpliciter, un settario.

Una preziosa opportunità buttata via colpevolmente.

domenica 15 maggio 2016

Quando i barbari bivaccano nelle aule parlamentari.


La Costituzione della Repubblica Italiana venne scritta coralmente da tutte le componenti del popolo italiano attraverso i suoi rappresentanti politici eletti con suffragio universale.

Venne elaborata superando le ipocrisie paternalistiche dell'impronta monarchica dello Statuto Albertino e con ben presenti le dure lezioni apprese durante un ventennio di soffocante dittatura fascista.

L'Assemblea Costituente della Repubblica italiana, composta di 556 deputati, fu eletta il 2 giugno 1946 e si riunì in prima seduta il 25 giugno nel palazzo Montecitorio, ed i lavori continuarono fino al 31 gennaio 1948. 
I Padri Costituenti elaborarono una legge fondamentale priva di riferimenti diretti alla realtà contingente, in grado di mantenere una sua intrinseca validità nel tempo, e che potesse fungere da faro e riferimento per la perpetuazione dello spirito democratico e universale dei principi repubblicani in essa affermati.

Mettervi mano con la visione corta degli attuali nani politici, e con l'intento di travisarne i principi e distruggere il delicato equilibrio delle relazioni e contrappesi tra poteri, è evidentemente eversivo e credo vi si possano perfino ravvisare, perlomeno a livello morale, gli estremi del tremendo reato di ALTO TRADIMENTO.

Il monumento di ipocrisia che costituisce la cosiddetta riforma istituzionale promossa dal PD, e spalleggiata dai suoi alleati/concorrenti, oltre ad essere un coacervo confuso e contraddittorio di norme abborracciate, manca tutti gli obiettivi pubblicizzati e dimostra di essere all'esclusivo servizio di una svolta populistico-autoritaria funzionale ad interessi privati neoliberisti, sovranazionali e di natura e origine non elettiva.

Io voterò NO al referendum costituzionale che si terrà ad ottobre perché mi sono cari i principi democratici e repubblicani della nostra Costituzione e perché ogni ipotesi di revisione costituzionale non dovrebbe svolgersi in un clima politico:

  • caratterizzato da forte astensionismo
  • in presenza di un Parlamento eletto grazie ad una legge dichiarata anticostituzionale
  • grazie ad un governo che si regge su di una fiducia concessa grazie a metastatici processi di compromesso parlamentare e in aperto contrasto con le premesse elettorali che insediarono quei parlamentari.
Credo che si sia in presenza di una ferita grave all'assetto democratico del nostro paese e alla vigilia di uno stravolgimento delle nostre vite ed aspettative, al consolidamento definitivo della nostra precarietà, ed alla sterilizzazione delle nostre capacità/possibilità di intervento nella costruzione delle nostre sorti.


Dobbiamo reagire ora o dovremo a lungo riflettere sulle nostre colpe e responsabilità, e nel frattempo soccombere quietamente.

domenica 8 maggio 2016

La politica è una cosa sporca. Un evergreen costosissimo.

Il generale Aung San, padre della più nota Aung San Suu Ki, diceva sempre che "puoi anche non occuparti di politica, ma la politica certamente si occuperà sempre di te" e questo, con buona pace della narrazione qualunquistica da maggioranza silenziosa stile anni '60, è incontrovertibilmente vero, agli occhi di chi si dà la pena di osservare la realtà.

Un ulteriore pensiero che mi occupa sempre la mente è che la politica e l'economia sono così inestricabilmente collegate che mi chiedo spesso se ha un senso mantenerle concettualmente separate.

Le nostre vite e le nostre prospettive, dopo il disastro economico del 2011, sono drammaticamente cambiate e in peggio, e non pare proprio che si stia lavorando per un recupero, bensì per la stabilizzazione di un impianto neoliberista con fortissime connotazioni classiste; una struttura sociale costituita da un vertice ridottissimo e con grandi capacità economiche, contrapposto ad una vastissima base di "servi della gleba" che vivono all'insegna di precarietà e negazioni di diritti civili, economici ed umani. 
Insomma un impianto sociale di stampo medioevale con caste ristrette ed onnipotenti che dominano un esercito di derelitti, in competizione tra loro per un tozzo di pane amaro e secco.

Warren Buffett, il terzo uomo più ricco al mondo, ammette che "la lotta di classe esiste e l'abbiamo vinta noi". I cialtroni del PD, rientrando nell'angusto e provinciale ambito nostrano, concionano di cambiamenti di verso, ripresine e modernizzazioni, mentre invece lavorano alacremente, e per conto terzi, all'implementazione di un nuovo evo oscuro, un "anno mille" di irredimibile povertà, ideologica e spietatamente mantenuta.

Continuiamo pure a “non occuparci di politica”, ma poi non addossiamo tutte le colpe ad altri.

Non basta scrivere sui social invettive tipo “dimettetevi, tutti a casa”, perché se poi alle urne non ci andate, quelli, invece di dimettersi, vengono confermati.

L’offerta politica è insoddisfacente? Certo, è così, anche perché quando i partiti fanno porcate ci limitiamo a ululare alla luna, quando siamo in coda alle Poste, o ci facciamo tagliare i capelli dal barbiere, ma non ci viene in mente di scrivere e manifestare il nostro sdegno.

Quei politici possono andare e venire dai loro luoghi, partito, parlamento e consigli locali senza che nessuno li metta a confronto con l’insoddisfazione di cui sono causa. E’ tornata l’ora di riservare loro qualche nutrito lancio di monetine, come accadde a quell’altro noto e carismatico politico, poi fuggito all’estero.

Tolse il disturbo, ma noi riprendemmo a non interessarci di politica, ed eccoci qui.


lunedì 18 aprile 2016

18 aprile 2016, "the day after".

18 aprile 2016, "the day after". Le ragioni del NO e la pratica dell'astensione, proditoriamente suggerita proprio da chi avrebbe dovuto contrastarla, hanno prevalso e noi manterremo sine die, o perlomeno fino ad esaurimento, non molto lontano perché le riserve di petrolio e gas sono veramente poco consistenti, quelle concessioni entro le 12 miglia dalla costa.

Non dureranno a lungo, nonostante la flemma estrattiva suggerita da un dispositivo fiscale volto a massimizzare i profitti dei petrolieri e a deprimere il gettito per la comunità, e comunque quei giacimenti non spostano di una virgola i termini dell'equazione strategica del nostro fabbisogno energetico, ovvero non fanno la differenza in termini di approvvigionamento, ma sono rilevanti per l'impatto ambientale che affligge queste installazioni e per le conseguenze di possibili incidenti nello "stagno" chiuso che è il Mediterraneo.

Il sig. Piercamillo Falasca, economista e direttore editoriale di Strade, che ha rappresentato le ragioni del fronte dell'astensione, ci ricorda che l'Italia importa il 76% del suo fabbisogno e ricorre all'assai efficace argomentazione che non ci approvvigioniamo presso democrazie illuminate, ma da paesi come Libia, Algeria, Russia, Arabia Saudita.

E' vero, assolutamente esatto. Peccato che ometta di ricordare che
attualmente, la produzione di greggio nazionale rappresenta il 10,1 per cento dei consumi nazionali, mentre quella di gas contribuisce per l’11,5 per cento, e che quelle percentuali rappresentano la quota relativa a TUTTA l'attività estrattiva, su terra e mare, entro e oltre le 12 miglia. Un correttivo autarchico veramente degno di nota, non c'è che dire.

Ricorda, il solerte lobbista, anche la rendita fiscale che, prevalendo il SI, avremmo perso, come se con la franchigia così accortamente congegnata noi non patissimo già ora per il trattamento straordinariamente benevolo di cui fruiscono le compagnie petrolifere, che consente loro di estrarre pagando una frazione di quello che dovrebbero.

Ulteriori vette di inossidabile ipocrisia il portavoce le raggiunge ricordando gli 11mila posti di lavoro salvati, come se una seria programmazione industriale (concetto sconosciuto evidentemente) e un deciso investimento sulle rinnovabili non consentissero un numero di posti di lavoro assai superiore a quelli preservati dal risultato referendario di ieri, oltre a costituire un orientamento quanto mai necessario in ordine alla preservazione dell'ambiente.

Già, le rinnovabili. Molti rimangono sorpresi apprendendo che nel nostro disgraziato paese,
nel corso del 2014, il 44,9% del fabbisogno di energia elettrica era assicurato da fonti rinnovabili dei vari tipi.
Forse nessuno si stupirà troppo apprendendo che tale quota è scesa, all'inizio di quest'anno, al 40%, imputando la flessione, con assoluto disprezzo del ridicolo, a un calo delle precipitazioni e non, come è più verosimile, a precise scelte strategiche dell'esecutivo.

E molti non sanno neanche che ENEL possiede già ora il know how necessario all'implementazione di centrali solari funzionanti secondo il principio del solare termodinamico che risolve il problema del mancato irraggiamento notturno, e che il suo sviluppo, tra indotto ed occupazione diretta, contribuirebbe molto all'attenuazione del problema della disoccupazione.

Non solo ci hanno incitati all'astensione, ma si sono prodotti in ogni tipo di menzogna e di mistificazione, e in fondo me l'aspettavo da una classe politica che aggira sistematicamente gli esiti referendari (acqua e finanziamento pubblico per esempio). Questa volta hanno voluto semplicemente, e con successo, portarsi avanti col lavoro, evidentemente.

Poi c'è il discorso dell'astensione, intesa come fenomeno, e della lettura che se ne può dare.    Questa mattina sui social vengono rappresentate due differenti posizioni. 
Da una parte l'astensione viene stigmatizzata, più o meno duramente (ed io propendo per questa lettura), dall'altra si levano voci sempre più frequenti e risentite che difendono, circostanziano e valorizzano la scelta, rivendicando perfino quote di virtuosa dignità a quella che io ritengo essere una "diserzione" dal ruolo di cittadino.

Tra i tanti commenti che ho potuto leggere, mi ha colpito in particolare questo:
«Rispettiamo gli astensionisti, perché si sono rotti le palle di questi decenni di politica che fa antipolitica, dove non c'è più un'ideologia , ognuno pensa per sé, e allora non meravigliamoci!! Gli astensionisti ci saranno sempre. Dati alla mano formerebbero un partito. Riflettiamo su questo!!»


concetto rinforzato poi dall'autore, non pago delle contraddizioni dialettiche esposte, con questa altra straordinaria argomentazione, opposta ad una confutazione del suo pensiero:
«Ripeto e lo ribadisco, i non votanti si sono rotti di questa politica. Poi che l'informazione manipoli le menti, penso che influisca poco, le ragioni sono altrove. Non c'è più partecipazione alla vita politica del paese, non c è più una politica a favore del paese. Questa [presumo si riferisse alla classe politica] e le precedenti, decidono al di fuori del volere del popolo, ci servono il piatto senza aver potuto scegliere e i referendum ne sono la riprova. [Se avessero vinto i SI], avrebbero trovato un modo per ribaltare il risultato, come per il referendum per il finanziamento ai partiti. »
Apparentemente si tratta di ragioni non facilmente criticabili e certo il numero degli astenuti, alle varie consultazioni, è costantemente cresciuto, ma il numero non è necessariamente un adeguato succedaneo della ragione.

Se tutti questi astensionisti non indulgessero poi in amare considerazioni, allora sarebbe più facile accettarne le decisioni, ma non lo fanno, non esercitano i loro diritti e quando hanno l'occasione di farlo si astengono e si atteggiano a vittime.

Si riflette da tempo sul fatto che gli astenuti sono il vero partito di maggioranza relativa di questo paese, ma è inutile aspettarsi che l'establishment faccia qualcosa in proposito, perché quel partito "virtuale" è del tutto funzionale al suo disegno.

Sono gli astenuti che dovrebbero trarre qualche conclusione in proposito, ma sono troppo impegnati a scrivere vergognatevi, tutti a casa sui social.

Essere cittadini comporta anche responsabilità, ma devi volertele assumere. Se aggirano il tuo voto sulla privatizzazione dell'acqua dovresti far scoppiare un finimondo, ma se ululi alla luna e poi non fai nulla, perché mai dovresti aspettarti maggior rispetto se sei il primo a non pretenderlo?

Comunque, cari astensionisti militanti, voi e le vostre pelose e miserabili giustificazioni, non meno dell'esecutivo Renzi, dovete prendere atto di un piccolo elemento.
Il quorum non è stato raggiunto (curioso vero che nel suo dimensionamento la rilevanza attuale dell'astensione non sia stata tenuto in conto), ma più di 15mln di elettori si sono recati al voto, il che significa il 31,8% del corpo elettorale, e con un'astensione fermamente assestata attorno al 40-42% mi sembra un risultato di tutto rispetto.

I voti per il SI sono stati 13.3mln - 85,84% dei voti.  Il quorum non è stato raggiunto, ma l'indicazione è piuttosto chiara.

E' vero che l'esecutivo avrebbe trovato il modo, probabilmente, di vanificare l'esito a lui sgradito, grazie alla nostra ignavia, ma una cosa è assolutamente certa: 

grazie all'astensione non ha alcuna necessità di farlo

e di questo qualcuno deve pur farsene carico,









mercoledì 16 marzo 2016

VOCE DAL SEN FUGGITA.

Notizia non nuovissima, un mese di servizio nel momento in cui scrivo, ma ancora attuale, dopo lo psicodramma delle candidature romane del centrodestra, che si presenterà, a meno di ricomposizioni, con 4 (diconsi quattro) candidati diversi.

La partita romana, a questo punto, pare proprio che si giocherà tra PD e M5S, o perlomeno questi saranno i due soggetti che, molto verosimilmente, andranno al ballottaggio.
Il PD però dovrà pur scontare il fio delle sue numerose colpe, e pagare dazio per tutte le porcate, politiche e amministrative, a lui ascrivibili, a cominciare dalla defenestrazione di Marino per finire con l'opacità di alcuni personaggetti, per dirla alla Vincenzo De Luca, del sottobosco politico romano pascolante nelle sue sezioni.

Ecco dunque che si profila all'orizzonte una clamorosa vittoria pentastellata, e i grilliani cominciano ad agitarsi, tanto che la Senatrice Taverna, in un'intervista all'Huffington Post, si lascia andare a questa curiosa dichiarazione:
«Ho pensato che potrebbe essere in corso un complotto per far vincere il Movimento Cinque Stelle a Roma. La scelta di Bertolaso mi ha lasciato perplessa tanto quanto quella di Giachetti. Diciamocelo chiaramente, questi stanno mettendo in campo dei nomi perché non voglio vincere Roma, si sono già fatti i loro conti.»

La senatrice Taverna è impagabile, come tutti i poveri di spirito che si credono furbi, e con straordinaria imperizia e goffaggine dimostra che M5S non può permettersi di vincere.  Non ha mai potuto correre questo rischio, in realtà, e molto spesso suoi esponenti, più o meno di rilievo, si sono lasciati andare a dichiarazioni come minimo improvvide, che causavano repentine flessioni del movimento nei sondaggi demoscopici.

Curioso no? Un comportamento così controproducente si può ascrivere solo a incapacità di chi lo attua, oppure a manovre di sgonfiamento e calmierizzazione di indesiderate vette di gradimento...... o a una combinazione delle due cose.

Ma è anche un comportamento comprensibile, poco serio, ma a suo modo motivato. Le esperienze di Parma e Livorno infatti, con il loro posizionamento tra controverso e insoddisfacente a voler essere buoni, evidenziano tutta l'inconsistenza grilliana, tutto lo iato esistente tra il sottolineare crudelmente le vergogne altrui, che ci sono beninteso, e lo sporcarsi le mani con la politica amministrata, e non solo di denuncia.
Pochi tengono gli occhi fissi su Parma, e quasi nessuno, fuori della Toscana, si "fila" Livorno, ma, perdincibacco, tutti terranno lo sguardo fisso su Roma, e lo faranno con il famelico sguardo del ripetente che osserva il primo della classe mentre viene interrogato. 
E a poco servirà l'acefala claque grilliana, adorante e bendisposta, Roma è un incubo amministrativo in stato di avanzata decomposizione. Sistemarlo sarà faticoso, richiederà competenze specifiche, visione prospettica e assenza di sanculottismo un tanto al chilo.

Ma soprattutto sarà un bagno di sangue dal punto di vista del gradimento piacione fin qui sfoderato da Taverna e compagnia, solleciti prima di tutto nel presenziare tutti i punti di crisi della città, dispensando il discorsetto che il disperato di turno desiderava sentire, senza porsi problemi di coerenza, di verosimiglianza e di fattibilità.

Ecco dunque che il peggior incubo si profila all'orizzonte.      Porca pupazza, si sarà detto l'M5S romano, dobbiamo far sul serio. Stavolta lo scherzetto di mandare avanti gli altri lo hanno tirato a noi. Presto, mani avanti e spieghiamo fin d'ora perché faremo un tonfo.

Ai pentastellati il trattamento M5S non garba per nulla, ma forse impareranno qualcosa.

martedì 1 marzo 2016

Relativismo etico in eskimo



Sulla questione della paternità di Vendola e del suo compagno (a proposito, congratulazioni), si è scatenato, come noto, un dibattito estremamente acceso e presto anche svilito da posizioni da tifoseria assertiva. E non è successo solo a destra, come è invariabile costume di quel versante politico.   No, è successo pure a sinistra e, anche se alla fine non posso dirmi realmente stupito, ne sono comunque rimasto deluso.

La questione della maternità surrogata è assai complessa, coinvolge molti aspetti delicati e critici, e io mi aspettavo vi fosse una certa equanimità, una certa invariabilità dei termini di riferimento, qualcosa che non concedesse salvaguardie aprioristiche solo perché l'attore del momento è dei nostri, ma mi illudevo.

A Milano, con la grevità linguistica che è un lascito dell'occupazione asburgica, si dice che: la merda del mè Simon per i alter la spüsa, per mi la sa de bon (la merda del mio Simone per gli altri puzza, per me sa di buono).

E così, per aver avanzato alcune perplessità ed espresso alcune critiche, sono stato gratificato della qualità non negoziabile di ipocrita, ribadita con il più evocativo e biblico sepolcro imbiancato, e infine con l'arma definitiva del vero, duro e puro guardiano della rivoluzione, quel sanguinoso epiteto di fascista, mollato lì senza troppi distinguo e senza istruzioni per l'uso.

Ho posto la questione, per quanto mi riguarda, sull'opportunità di divenire genitori oltre una certa età, perché a mio giudizio (mio e non qualcosa scritto sulla pietra) questo comporta una preminenza delle proprie ragioni su quelle del figlio, e se parti, come genitore, da presupposti del genere, hai già fallito.   Un ramo collaterale e incidentale delle mie argomentazioni, e dotato pure di una certa autonomia rispetto alle unioni civili, omo o etero che siano, e sono stato sbrigativamente rampognato.

Ma ho pagato un prezzo salato, esorbitante direi, per le mie opinioni sul  secondo aspetto che ho affrontato, cioè per aver evidenziato che, per avere un figlio, una coppia gay maschile deve necessariamente ricorrere ad una madre ospite, e che il corollario ineludibile conseguente è che quella donna, quasi sempre, sarà una sconosciuta le cui motivazioni, con un grado di certezza elevatissimo, saranno originate da uno stato di necessità.
Personalmente mi pongo il problema di questo tipo di rapporto, perché la dignità degli attori coinvolti, secondo me, non è allo stesso livello, e ciò è pericoloso, e anche assai contraddittorio rispetto ai valori che dovrebbe coltivare chi si professa di sinistra.
Un pochino meglio stanno le coppie gay femminili, le quali necessitano solo di uno spermatozoo, ma tanto gli uomini sono tutti caproni, chi se ne fotte, vero?

Poi ci sarebbe da ragionare sul fatto che, stante l'opposizione oscurantista religiosa nel nostro paese, il dibattito relativo è brutalmente stoppato, e dunque chi desidera avvalersi della maternità surrogata o ha tanti soldi oppure deve rinunciarvi.
Questo pone un altro problema, non attribuibile certo a Vendola, di disparità di condizioni, cosa che comunque a Vendola dovrebbe interessare.

Molto interessante è un'argomentazione oppostami circa il fatto che il progetto genitoriale di Vendola è stato condotto nel pieno rispetto delle leggi del paese ove si è svolto.
Ci mancherebbe altro, ma rimane il fatto che la consonanza della procedura con un dettato legislativo, in sé, non garantisce nulla.   La pena di morte è legale in molti posti, basta questo per mettermi in pace con l'anima?   Non è che le due cose siano direttamente comparabili, ma santiddio gli strumenti di valutazione dovrebbero quantomeno essere sempre gli stessi.

Mi rode il culo, come mi è stato elegantemente fatto notare, perché il protagonista questa volta era Vendola? Sarebbe questo bastato, secondo questi miserabili, per indurmi velenose pruderie e impresentabili perbenismi? Mah! Che spregevole confutazione.
Mi rodeva il culo anche con le star di calcio e spettacolo, a dire il vero, solo che quando lo fa uno dei nostri a me interessa di più, perché mi chiedo chi sbaglia, e dove. Io? Lui? In cosa?

Non è mancata neanche l'invettiva di marca femminista, che ha sottolineato, ellitticamente, che in quanto uomo ho omesso di considerare il ruolo della donna, anche questa un'argomentazione da annoverare tra le armi definitive, al pari di fascista.

Io sarò anche parte in causa, ma non mi sembra proprio di aver trascurato la donna in quanto tale, mi sembra anzi vero il contrario. E comunque se è vero che la maternità è un aspetto che noi, della metà maschile del cielo, possiamo solo intellettualizzare, mi si vorrà concedere che perlomeno la genitorialità è affare anche nostro, e con un bel carico emotivo ed affettivo tra l'altro.

Queste considerazioni mi rendono un ipocrita, o addirittura un fascista, e tutto il velenoso resto, come ha detto qualcuno?  Beh, parliamone. A me pare che questo qualcuno, prima di lanciare certe accuse, anzi insulti, dovrebbe chiedersi se i suoi sono giudizi o manifestazioni di transfer.


Qui non mi propongo certo di dirimere la questione di Vendola.      
Il compagno Vendola vive la sua vita e io posso solo esprimere delle valutazioni sul suo conto. Se a qualcuno non piacciono, il problema è suo e io non intendo farmene carico.  Come tutti, per portarmi nelle cose della vita devo valutare ciò che vedo e, al contrario di qualcuno, le valutazioni molto, ma molto raramente le faccio una volta per tutte.  

Magari ci sarebbe da discutere del fatto che Niki non è Giovannino Chissachì, e che dunque, essendo uomo pubblico, le sue scelte hanno significato, peso e conseguenza differenti dalle mie, ma forse mi aspettavo troppo.
E non ho neanche la dissennata pretesa di poter risolvere un problemino come quello della maternità surrogata, che è assai complesso e, come si è visto, controverso.  

No, in questo articolo io mi pongo una domanda semplice sul conto di alcuni di quelli che dovrebbero essere miei compagni di viaggio, semplice e aggressiva, essendo deluso e imbufalito, ed è questa:
«certe persone hanno prima individuato certi valori e poi li hanno riconosciuti nella sinistra, oppure si sono messi a sinistra e ci martellano dentro i propri valori?»